“Juncker sull’Italia ha ragione Ritardo del Sud colpa dello Stato”

http://livesicilia.it/2018/06/04/armao-vicepresidente-regione-sicilia-juncker-sullitalia-ha-ragione-ritardo-del-sud-colpa-dello-stato_966831/

 

di Gaetano Armao

Riceviamo e pubblichiamo la lettera del vicepresidente della Regione.
Riceviamo e pubblichiamo la lettera del vicepresidente della Regione siciliana, Gaetano Armao.
So di essere (ancora una volta) controcorrente, ma occorre superare le fakenews per guardare al merito di quel che accade nel nostro singolare Paese con riguardo ai rapporti con l’Europa. Vi prego, quindi, di sospendere il Vostro giudizio sino al termine della breve riflessione che segue.
Questa è la trascrizione integrale dell’intervento del Presidente della Commissione UE Jean Claude Juncker.
“Sono profondamente innamorato dell’Italia. Di quello che succede però nel Mezzogiorno, nelle regioni povere d’Italia, NON può essere accusata l’Unione europea. È l’Italia ad dover prendersi cura delle regioni più povere, che hanno bisogno di più lavoro, meno corruzione e più serietà. Noi li aiuteremo, come abbiamo sempre fatto. Ma per piacere non facciamo questo gioco ad incolpare gli altri. Una nazione è una nazione, e viene prima di ogni cosa”.
1) È vero, infatti, che lo Stato italiano non realizza investimenti adeguati per superare il divario, in violazione dei principi costituzionali, ed utilizza i fondi europei in funzione sostitutiva rispetto a quel che dovrebbe fare;
2) ciò viola la natura addizionale dei fondi europei che così non riescono a conseguire gli obiettivi di coesione realizzando risultati insoddisfacenti negli ultimi anni;
3) è scorretto che alcuni politici antieuropei si aggrappino al riferimento alla corruzione (fenomeno che – come opportunamente osservato dagli stessi – riguarda tutti i Paesi europei) per eludere le omissioni dello Stato verso il Sud e la Sicilia, e disconoscere le violazioni dei doveri di coesione e solidarietà;
4) è poi ancora più scorretto scaricare sull’UE le inerzie e le contraddizioni di uno Stato che non tratta i propri cittadini in modo eguale ed immagina di risolvere le cose con l’improbabile “reddito di cittadinanza” per il quale (e non per gli investimenti) si chiede di sforare i vincoli di bilancio;
5)sebbene la condizione di insularitá e le misure per farvi fronte (fiscalità di sviluppo, perequazione infrastrutturale, continuità territoriale) non trovino più un ancoraggio nell’art. 119 della Costituzione, ma solo negli artt. 174 e 175 del Trattato sul funzionamento dell’UE, lo Stato é comunque tenuto a realizzare gli obiettivi di coesione economico-sociale e territoriale.
La politica, e sopratutto il Governo Conte-Di Maio-Salvini appena insediato, assumano invece l’impegno di invertire la tendenza. Il divario nord-sud del Paese, infatti, é ormai intollerabile e la disperazione di milioni di cittadini meridionali dei quali si pregiudicano i diritti fondamentali (salute, istruzione, mobilità) non può essere risolta con il fantomatico reddito di cittadinanza.
Mentre è preoccupante che nel programma di governo la questione sia considerata in termini marginali e relegata ad un generico assistenzialismo, senza adeguato riconoscimento della rilevanza di coesione, investimenti e condizione di insularità.
Nel 2066 (dati SVIMEZ), il Mezzogiorno, dopo decenni di emigrazione giovanile, impoverimento, denatalità ed invecchiamento, passerà da 20 a 15 milioni di abitanti e l’età media salirà a 52 anni (quasi 10 in più di quella attuale). Un’area condannata alla marginalità, inattrattiva anche per l’immigrazione sregolata che ci affligge.
I siciliani percepiscono la più bassa spesa pubblica consolidata (Stato, Regione, provincia, Comune, – 16%. della media italiana). Le risorse europee non raggiungono gli obiettivi di sviluppo perché prive di addizionalità rispetto alle esigue risorse statali per la perequazione infrastrutturale e questo anche perché vanificate dal drammatico drenaggio di vita dei nostri figli (lasciano la Sicilia in 25.000 l’anno determinando, oltre a sorde lacerazioni affettive, una perdita di valore per 5 miliardi€).
Come precisato in sede di confronto parlamentare sul DEF nel periodo 2012-2018 il contributo alla finanza pubblica corrisposto dalla Sicilia ammonta, se contempliamo anche il versamento sugli split payments solo per il 2018, a più di 8,5 miliardi€. Un prelievo forzoso inaccettabile che, al netto di spese incomprimibili, toglie linfa vitale ad economie già al collasso.
Solo misure per la crescita resiliente, inclusiva e sostenibile, che puntino sul Sud ci può far uscire dal baratro nel quale siamo caduti per alcune dissennate politiche recessive di matrice europea, ma anche per la perdita di competitività e la dimensione del debito pubblico che affliggono la nostra economia da decenni.
Se occorre reagire sul piano istituzionale, in termini responsabili e con “carte e conti in regola”, reclamando l’attuazione dell’autonomia finanziaria disegnata dallo Statuto, di fronte a questa drammatica desertificazione dobbiamo pretendere un programma straordinario di investimenti per il rilancio del sud.
Altro che immaginifiche elargizioni del programma “carioca”che rubano dignità ai giovani e precludono ogni possibilità di sviluppo al Sud. Infatti, come sostiene un economista del peso di Francesco Giavazzi, é tecnicamente provato che, anche dall’esperienza sud-americana, “l’idea di redistribuire la ricchezza senza averla prima creata è una follia che impoverisce i popoli”( http://www.huffingtonpost.it/2018/06/03/il-progetto-lega-m5s-puo-portare-al-disastro-redistribuire-ricchezza-senza-crearla-e-follia-che-impoverisce-i-popoli_a_23449729/ )
Un piano strategico di sviluppo per il Mezzogiorno e le Isole, quindi, con risorse e misure adeguate ad avviare il superamento del divario, sul quale le risorse europee potranno svolgere la propria funzione aggiuntiva così come sostenuto correttamente da Juncker, almeno questa volta davvero ”incompreso”.

http://www.agi.it/video/cosa_ha_detto_esattamente_juncker_sull_italia_ascoltando_le_sue_parole-3979380/video/2018-06-01/

I referendum di Lombardia e Veneto: un’opportunità per la Sicilia.

di Gaetano Armao
Docente di diritto regionale e contabilità pubblica – Università di Palermo
Vicepresidente della Regione designato della coalizione di centro-destra alle elezioni siciliane 2017

I referendum sull’autonomia che si tengono oggi in Lombardia e Veneto costituiscono l’occasione per far ripartire il federalismo nel Paese.
Le spinte centraliste del centro-sinistra, unite a quelle imposte dalle politiche dell’austerità di matrice europea, sembravano prevalere sino alla sconfitta del referendum sulla revisione costituzionale del 4 dicembre scorso.
Anche se, come se nulla fosse, il campione siciliano del renzismo perdente, l’on. Faraone, propone la formula meno Stato al nord, più Stato al Sud, espressione di una minorità culturale ed antropologica, oltre che politica dei siciliani.
La Sicilia ha subíto questa tendenza al ri-accentramento anche a causa delle rinunce del governo regionale uscente che hanno svilito l’autonomia riconosciuta dallo Statuto, in particolare di quella finanziaria, ma può adesso trarre vantaggio dal dei referendum delle due Regioni del nord.
La necessaria disdetta dei dannosi accordi conclusi dal Governo Crocetta-Baccei (quest’ultimo espressione toscana dello stesso Faraone) – ai quali é seguita la rinuncia a decine di contenziosi costituzionali favorevoli e ad un gettito pluriennale di almeno 5 md€ – e la riapertura di un nuovo negoziato con lo Stato troveranno, infatti, un nuovo vigore dall’esito favorevole della consultazione.
Solo il rafforzamento dell’autonomia finanziaria regionale può infatti consentire l’avvio di politiche di sviluppo incentrate su fiscalità di sviluppo e condizione di insularità che costituiscono il nucleo del programma economico del centro-destra.
L’intera Europa é percorsa da un vento che spinge a valorizzare i territori e riallocare i poteri degli Stati centrali. Scozia, Paesi Baschi, Catalogna, Corsica sono solo alcuni degli esempi che dimostrano la crescente spinta verso l’autogoverno responsabile che scuote l’incancrenita Europa dei Governi centrali e della finanza.
E’ la strada per il rilancio dell’Europa delle Regioni e dei loro popoli e territori.
I referendum consultivi mirano ad accompagnare, con una forte istanza politica (l’Emilia-Romagna ha invece attivato direttamente il negoziato senza consultazione popolare) il decentramento di funzioni ed ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia secondo le previsioni dell’art. 116, terzo comma Cost. e delle relative risorse finanziarie.
È evidente che l’esito dei referendum, se consentirà loro di raggiungere l’intesa con lo Stato, da sancire poi con legge approvata dalle Camere, non le trasformerà in Regioni speciali come la Sicilia la quale, per non restare schiacciata da questo processo, deve immediatamente riaffermare la sua posizione nello scenario istituzionale.
Una delle questioni politiche poste in un Paese che la crisi economica, le politiche di austerità e le inique scelte degli ultimi governi (solo parzialmente invertite dall’esecutivo Gentiloni) hanno ancor più diviso riguarda il c.d. residuo fiscale.
Questo é costituito, secondo gli studi di J. M. Buchanan sul federalismo americano (Federalism and Fiscal Equity, 1950), dal differenziale che il contribuente fornisce al finanziamento della p.a. ed i benefici che ne riceve sotto forma di servizi pubblici, in modo da misurare l’azione redistributiva dell’amministrazione pubblica.
In altre parole, si tratta della differenza tra le entrate (fiscali e di altra natura) che le amministrazioni realizzano in un territorio regionale e le risorse spese in quel territorio e riflette la redistribuzione di risorse tra aree del Paese con redditi diversi.
Lombardia e Veneto evidenziano un residuo fiscale in loro favore (rispettivamente di 56 e 17 md€) reclamando l’utilizzo in favore dei loro territori di risorse che invece verrebbero drenate dalla fiscalità nazionale ed in particolare del Mezzogiorno.
È un ragionamento che impone di introdurre subito degli elementi di equilibrio che passano per il principio di eguaglianza, la garanzia della perequazione territoriale, ma anche della coesione economico-sociale e della solidale compensazione del divario di un Paese che, dopo oltre 150 anni, é rimasto sostanzialmente invariato.
Peraltro, questi dati debbono essere riconsiderati ricordando che molte grandi aziende nazionali (si pensi ai settori, petrolifero, energetico, bancario e finanziario, assicurativo, a quello della grande distribuzione, dell’automotive etc.) sono soggetti fiscali per quelle Regioni in quanto vi hanno sede, mentre svolgono rilevanti segmenti di attività economica, traendone utili, in altre parti del Paese.
Se dai residui fiscali emerge la redistribuzione tra contribuenti con redditi in media più elevati al Nord, la spesa pubblica è distribuita in modo uniforme tra residenti aventi gli stessi diritti di cittadinanza e la Sicilia registra, rispetto al 2000, una contrazione della spesa per investimenti superiore a quella media del Mezzogiorno, superando il 56%ed il sostanziale azzeramento degli investimenti ex art. 38 (dati Conti pubblici territoriali 2017).
I siciliani trovano la propria garanzia finanziaria nell’art. 37 dello Statuto, sebbene svilito nell’ultima legislatura dai ricordati accordi finanziari conclusi dal governo uscente.
Le nuove norme di attuazione statutaria (d.lgs. 251/2016) hanno finalmente riconosciuto il luogo di riscossione come criterio di spettanza del gettito dei tributi, ma le quantificazioni forfettarie concordate sono riduttive e non garantiscono l’attuazione del principio.
Secondo l’art.37, infatti, le imprese non residenti in Sicilia, ma che vi svolgono la propria attività in propri “stabilimenti ed impianti”, debbono contribuire al bilancio regionale mediante “la quota del reddito da attribuire agli stabilimenti ed impianti medesimi”, prescrivendo che “l’imposta, relativa a detta quota, compete alla Regione ed è riscossa dagli organi di riscossione della medesima”.
Ebbene, applicando sul serio questa norma i residui fiscali lordi di Lombardia e Veneto devono essere ridotti dei tributi che invece spettano alla Sicilia.
Che dire poi delle accise (in Sicilia vengono raffinati oltre il 40% dei prodotti petroliferi del Paese) incassate dallo Stato e che incrementerebbero del 50% le entrate regionali, mentre qui restano gli effetti dell’inquinamento e gli oneri di risanamento ambientale?
La riapertura del dibattito sul federalismo imposta dai referendum regionali costituisce un’opportunità e non un pregiudizio per la Sicilia che rilanciando le proprie prerogative con autorevolezza, con “carte e conti in regola”, potrà sedersi al tavolo di un negoziato fondamentale per recuperare autonomia finanziaria ed attivare sviluppo e crescita.