La riforma della spesa per competere

1. La situazione economica siciliana manifesta, pur in un contesto congiunturale assai difficile, sopratutto a livello continentale, una prima reazione del sistema economico, lieve ma significativa perché viene dopo la pesante crisi del 2009; si innesca una lieve inversione di tendenza, con una moderata ripresa dell’attività produttiva (industria, turismo, agricoltura, ma anche infrastrutture) e delle esportazioni interrompe il lungo trend negativo.
Buona parte degli indicatori di settore evidenziano, dopo periodi più o meno lunghi con risultati costantemente negativi, i primi segnali di ripresa anche se si assiste ancora ad un calo dell’occupazione, ad una devastante crescita del numero di giovani che non studiano ne’ lavorano ed alla profonda crisi del settore delle costruzioni.
Il Documento di programmazione economica e finanziaria regionale , com’e’ noto, e’ elaborato ai sensi dell’art. 2 della legge regionale 27 aprile 1999 e successive modifiche ed integrazioni, viene presentato entro il termine novellato, imposto dalla nuova scansione temporale dei documenti finanziari sancita dalla riforma statale della contabilità pubblica (legge …..).
Si trattasi un impianto di regole di contabilità pubblica profondamente modificato rispetto al previgente regime al quale occorre tempestivamente far seguire la riforma del sistema regionale di contabilità e finanza.
Il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo nell’aprile del 2011 ha approvato il ‘Patto per l’Euro – Un coordinamento più stretto delle politiche economiche per la competitività e la convergenza’, imponendo all’Unione un livello di coordinamento delle politiche economiche ben oltre il mercato comune e la moneta unica, nella prospettiva di inverare una vera integrazione della dimensione economica nella prospettiva politica federale. Si tratta di una decisione volta a mutare profondamente non solo la struttura costituzionale europea, ma anche quella degli Stati membri, sopratutto in correlazione alla crisi dei debiti sovrani ed alle conseguenti determinazioni che sono chiamati ad assumere gli Stati membri per assicurare la stabilita’ economica lungo la direttrice della progressiva concatenazione delle scelte di politica economica dei 27 Stati membri e la sostanziale riconducibilita’ ad una condivisa matrice europea.
In questa cornice si iscrive il Documento di economia e finanza 2011 (nella sua articolazione (i) la prima, contenente il Programma di stabilità; (ii) la seconda, contenente: Analisi e tendenze della finanza pubblica; (iii) la terza, contenente il Programma nazionale di riforma) presentato dal Governo ed approvato dal Parlamento nazionale, ed in relazione ad esso, pur a legislazione invariata, deve muoversi l’ordinamento regionale siciliano.
Entro l’estate sarà presentato il disegno di legge regionale di riforma della materia al quale sta lavorando una commissione di studio.

2. Per il rilancio del sistema Sicilia occorre con decisione puntare sulle 4 direttrici dello sviluppo: mercato, investimenti, legalità e lavoro (Mill), un acronimo che evoca il grande economista liberale (J Stuart Mill) e costituisce la base per l’unica agenda politica che può assicurare la crescita alla Sicilia.
Sostegno alle imprese, attraverso l’apertura al mercato: il settore privato e’ l’unico che nei prossimi anni potrà garantire la domanda di lavoro, riducendo progressivamente la sfera pubblica regionale, che per troppo tempo ha fatto concorrenza alle imprese, e sostenendo gli investimenti produttivi e per l’occupazione, sia attraverso forme di incentivazione quali il credito d’imposta e la fiscalità di vantaggio, che attraverso forme innovative di agevolazione nell’accesso al credito (rafforzamento patrimoniale di imprese e consorzi fidi, riordino del credito agevolato per le pmi). In questo senso sono i fortemente correlate le politiche attive per il lavoro (a partire dalla riforma della formazione e dell’apprendistato) e la tutela della legalità. La legalità rappresenta una leva imprescindibile per lo sviluppo. Occorre rendere la lotta alla mafia ed al racket non solo una scelta ideale e di valore civile, ma anche un’opzione di convenienza economica. Coloro che sono conniventi o preferiscono tacere vengano messi in condizione di scegliere se far parte di una comunità economica competitiva o restare esclusi protetti solo dal malaffare. Chi non sceglie chiaramente non potrà accedere a benefici, ottenere provvidenze ed autorizzazioni.
Tuttavia, per il rilancio dell’economia siciliana, occorre anche un’amministrazione regionale efficiente, credibile, che sostenga lo sforzo di crescita di imprese e famiglie. Alcune misure di recupero, come la riforma amministrativa, la riorganizzazione degli assessorati, la decisa riduzione delle società regionali, il recupero del deficit e la riforma della sanita’, il riordino del settore dei rifiuti e di quello degli appalti, hanno trovato prima attuazione.
Ma il confronto più impegnativo e’ quello nell’arena del federalismo fiscale.
Senza conti e carte in regola in grado di assicurarle un deciso recupero di credibilità, la Sicilia non può negoziare un federalismo equo e solidale, ed ottenere le necessarie misure concrete di perequazione fiscale ed infrastrutturale, ma questo impone l’abbandono di pratiche ormai insostenibili di clientela da finanziare con la ‘questua romana’, tentazione difficile da estirpare tra le classi dirigenti del Mezzogiorno.
Per questo si e’ intrapreso, ma si tratta solo dei primi passi, il percorso del risanamento finanziario. Il bilancio regionale 2011 e’ il primo che nel decennio non incrementa le spese rispetto alla proposta della Giunta e che, a valori costanti (al netto dell’inflazione), porta le stesse a livelli del 2001. Mentre gli investimenti, paragonati alla stessa base, raggiungono nel 2011 un valore quasi doppio.
Le norme finanziarie dello Statuto siciliano sono rimaste in buona parte inattuate a causa delle resistenze dello Stato e dell’inettitudine di molti amministratori che hanno prediletto, e continuano a prediligere, convenienze personali o di partito. Abbiamo cosi’ dovuto attendere il federalismo fiscale per poter vedere queste norme pienamente attuate. Ma non si può abbassare la guardia sulla richiesta di misure perequative necessarie sul piano fiscale ed infrastrutturale cosi’ come si e’ fatto richiedendo il riequilibrio, riuscendoci, di molte norme applicative contenute nella versione originaria dei decreti attuativi che puntavano ad azzerare la specialita’ siciliana.
Per la crescita economica l’unica soluzione da percorrere e’ quella degli investimenti produttivi. In questo senso il blocco del credito d’imposta determinato da Roma, per il quale eravamo pronti a partire già da tempo, sara’ superato con risorse regionali. Mentre, come contestato anche dalla Commissione europea, latitano gli investimenti statali per infrastrutture, circostanza aggravata dai ritardi di erogazione dei Fas e dalla contrazione delle risorse destinate al Mezzogiorno a partire dal c.d. piano per il Sud.
Il divario tra Nord e sud si e’ fortemente appesantito in 150 anni di Unita’ d’Italia. Avanza un federalismo fiscale con ancora con troppe ombre i cui effetti rischiano di far deflagrare il Paese. E’ necessaria una forte coesione tra le classi dirigenti del mezzogiorno, ed in particolare siciliane, al di la’ e prima delle divisioni politiche. Solo così si possono difendere le aspettative di crescita dei siciliani, avviando decisi percorsi di innovazione con scelte strategiche che affrontino i nodi di un’ormai insostenibile ritardo.
Occorre che le classi dirigenti siciliane, e non solo quella politica, recuperino lo spirito e la coesione che animo’ la stagione dello Statuto, con la determinazione e la fiducia nella capacita dei siciliani di rispondere alle difficoltà.

3. Come detto questa legislatura lascia intravedere un’inequivocabile inversione di tendenza. La riforma dell’amministrazione regionale introduce, per la prima volta, con una profonda riorganizzazione delle strutture, la contrazione degli organici e degli apparati, la quantificazione della pianta organica, l’istituzione del fondo pensioni, accompagnata dalla riforma delle procedure amministrative e l’applicazione della digitalizzazione della p.a.
E poi: una profonda riforma della Sanità che consente di rispettare il piano di rientro e di ridurre al minimo la crescita della spesa sanitaria, la riforma del settore dei rifiuti, dove le sole società costituite all’inizio degli anni 2000 hanno determinato un deficit di oltre un miliardo di euro, oltre ai disagi creati dalle disfunzioni nella raccolta e nel conferimento in discarica dei rifiuti.
Il risanamento e le riforme delineano un percorso ineludibile per la Sicilia se essa vuol presentarsi, con i conti e le carte in regola, al passaggio del ripensamento della sua autonomia imposto dal federalismo fiscale.
Quale sarà l’effettivo assetto della nostra Repubblica al termine del percorso del riordino delle competenze tra i diversi livelli istituzionali e del c.d. federalismo fiscale – tuttavia – non può non essere pienamente previsto ed analizzato.
Sarebbe un salto nel buio che non può permettersi l’Italia nel tempo della competizione globale, e che men che meno possono permettersi i siciliani, costretti da una pesante crisi congiunturale aggravata da un contesto economico debole che mai ha raggiunto i livelli medi di crescita del Paese.
Il Capo dello Stato ha sottolineato in più occasioni (da ultimo nel mirabile discorso tenuto a Marsala l’11 marzo 2010, in occasione della celebrazione dei 150 anni dello sbarco dei Mille) come i principi fissati dall’art.119 della Costituzione esigano un impegno forte e rinnovato di tutti i livelli di governo della Repubblica e di quanti operano nel sistema economico e sociale; occorre, infatti, garantire le condizioni necessarie per una crescita equilibrata e solidale dell’intero Paese, assicurando, in particolare, ai cittadini le prestazioni necessarie al pieno e uniforme godimento dei diritti civili e sociali sanciti dalla Costituzione.
C’è quindi una nuova sfida con la quale l’Autonomia siciliana deve confrontarsi: il c.d. Federalismo fiscale che ha assunto la connotazione di scelta ormai irretrattabile; in tal senso le forze politiche, ma ancor prima la gran parte degli italiani, ne hanno piena consapevolezza; pur non potendosi dimentica che lo Statuto siciliano, del federalismo fiscale, e’ l’indiscusso paradigma.
Il federalismo fiscale, così come delineato dalla legge n. 42 del 2009, appare equilibrato. Tuttavia, i provvedimenti normativi attutivi devono basarsi su previsioni quali-quantitative precise, muoversi sulle due gambe della perequazione fiscale e di quella infrastrutturale, tenere in conto l’esigenza di differenziazione, di gradualità, di proporzionalità, riuscendo a rendere tracciabili inefficienze e disfunzioni gestionali.
Appare chiaramente ancorato a quei principi di solidarietà ed equità senza i quali l’approdo sarebbe devastante per molte aree italiane.
Questa è la partita cruciale per un Paese che deve trovare un nuovo slancio per non perdere la competizione internazionale e correre con il pesante fardello del terzo debito pubblico del mondo, ma lo e’, sopratutto, per la classe dirigente del sud.
Non smettiamo di credere che il federalismo fiscale possa svolgere una funzione aggregante, e così potrà essere solo realizzando su di esso ampie ed articolate convergenze, ma è chiaro che una sua declinazione disaggregativa potrebbe appagare l’esigenza di qualche forza politica che “scalda i motori” per incassare effimeri risultati elettorali, ma avrebbe effetti paralizzanti non solo sulle istituzioni, ma anche sul sistema economico dell’intero Paese.
C’è un patrimonio straordinario da non disperdere: l’unità della Nazione.
La ricorrenza dei 150 dell’Unità d’Italia giunge opportuna per ripensare a quel percorso che – non senza contraddizioni ed ombre – è stato costruito sui valori, sulle idee e sul sacrificio di tanti che cittadini italiani non poterono divenire mai. Ma è anche un grande patrimonio economico in quanto offre all’imprenditoria del nostro Paese la cifra di una dimensione nel contempo di competitore internazionale e di mercato interno che può garantire di agganciare la crescita.
Sul complesso percorso di realizzazione del federalismo – “senza far saltare il banco” e mantenendo unito il Paese – si abbatte la retorica del deteriorato confronto tra le forze politiche. Le cronache istituzionali dimostrano che il peggior modo di fare le riforme è quello di realizzarle in un clima deteriorato, dove i costi di transazione partitica inquinano il confronto politico.
E così è avvenuto che il clima che doveva favorire la nascita del nuovo assetto si sia già avvelenato: il federalismo fiscale municipale non registra l’adesione degli enti locali e regionali ed andrà incontro a sicure reazioni in Corte costituzionale; quello regionale, ha dovuto recepire (sopratutto su spinta di Sicilia e Sardegna) il regime differenziato delle regioni speciali che allungherà notevolmente i tempi se non offrirà i necessari riequilibri, ma sopratutto prescinde dal considerare adeguatamente la perequazione infrastrutturale.
Senza una perequazione infrastrutturale delineata negli obiettivi e con risorse programmate non si potrà conseguire un federalismo equo e solidale.
La perequazione infrastrutturale è imprescindibile, come quella fiscale, per rendere possibile il federalismo fiscale in termini aggreganti e competitivi. Il federalismo va però preso sul serio, e su questo il confronto potrà essere costruttivo, le scorciatoie, invece, ne costituiranno le premesse del fallimento.
Occorre, tuttavia, che questi obiettivi siano tradotti in adeguati impegni e misure finanziarie di perequazione infrastrutturale i cui livelli ancora oggi sono del tutto insoddisfacenti.
I cittadini del mezzogiorno, e’ ormai noto, sono italiani al 70%: hanno un reddito inferiore del 30% di quello medio nazionale e fruiscono di una dotazione infrastrutturale (porti, strade, ferrovie, aeroporti) inferiore in pari dimensione.
Occorre porre basi serie per superare davvero un divario, mai colmato nei 150 anni di unità d’Italia, che, altrimenti, col federalismo fiscale, diventerà incolmabile.
Quello statuto, ancora vitale in molte parti, che Sturzo salutò nel momento della sua entrata in vigore quale baluardo al ‘depauperamento’ perpetrato contro gli interessi dei siciliani, ma che vide tradito ben presto da pratiche emulative delle peggiori patologie della ‘partitocrazia’ che si era impadronita dello Stato centrale.
Restano tuttavia impregiudicate le ragioni politiche ed economiche che, nei secoli, hanno spinto i siciliani a richiedere istituzioni autonome, anche se in uno scenario completamente mutato.
La Sicilia deve, quindi, ripensare lo statuto autonomistico nella prospettiva del federalismo anche fiscale, e delle sue conseguenze non solo economiche, partendo dalla piena attuazione delle prerogative in materia finanziaria, ma anche collocarsi nel contesto della fase ascendente e discendente del processo regolativo comunitario e, sopratutto, aprirsi alla prospettiva mediterranea, di quel «cuore del Vecchio Mondo» (così come lo ha definito Braudel) di cui non solo e’ millenaria protagonista. Anche se questo le impone, oggi, un nuovo ruolo strategico, coerente con la sua cultura costituta da identità plurali, se non vuole ridursi soltanto ad ultima propagine d’Europa, frontiera permeabile di crescenti migrazioni di uomini e donne alla ricerca di una speranza di sopravvivenza.
16 ottobre 2013

Sull’attuazione ‘fake’ dell’art.37 dello Statuto regionale

di Gaetano Armao

Desta sorpresa e polemiche l’assegnazione di circa 50 milioni in attuazione dell’art. 37 dello Statuto del dimissionario Governo Monti, presentato dal Presidente della Regione come una ‘conquista storica’, ma che diversamente, anche per alcuni autorevoli esponenti di sinistra, sembra solo un escamotage per sbloccare il bilancio regionale, di cui non si conosce il contenuto, neanche a 15 giorni dal termine ultimo di approvazione.
Ma vediamo meglio.
L’art. 37 – una delle più innovative disposizioni dello Statuto – prevede che le imprese industriali e commerciali che hanno la sede centrale fuori del territorio della Regione, ma che in essa hanno stabilimenti ed impianti, versino le imposte in Sicilia per la quota del reddito da attribuire agli stabilimenti ed impianti medesimi.
L’applicazione della disposizione fa parte del negoziato sull’autonomia finanziaria ed il federalismo fiscale (con corrispondenza tra risorse e funzioni trasferite dallo Stato alla Regione) che il precedente Governo regionale ha portato avanti sino alla sua imminente conclusione, e che vale oltre 9 miliardi di euro, dei quali il gettito previsto dall’art. 37 corrisponde a circa 250 milioni.
La norma inserita nel decreto del Governo Monti, e che ha incontrato l’entusiasmo di Crocetta, e’ inadeguata (ed incostituzionale), non tanto perché genera un gettito davvero insufficiente (e comunque non determinante per far fronte alle note difficoltà finanziarie del bilancio 2013), ma perché rappresenta una vera e propria violazione dello Statuto e mortificazione dell’autonomia.
Per un verso, infatti, il Governo nazionale si limita a riassegnare alla Sicilia ciò che essa già oggi percepisce o di cui dispone in base alla legislazione vigente.
In altre parole: questa ‘storica’ (in)attuazione dell’art. 37 da luogo solo ad un’operazione contabile che consente di utilizzare per spesa corrente quel che era destinato ad investimenti, intaccando, addirittura, somme in atto trasferiteci dallo Stato ex art. 38 dello Statuto, a titolo di solidarietà nazionale, e svuotando questa previsione della pur limitata dotazione finanziaria.
Insomma, è come se ci dessero il premio di rendimento finanziandolo con il 10% prelevato forzosamente dallo stipendio, e spiegando che hanno riconosciuto un diritto….sic!
Ma c’è di più.
In base a questa normativa, verrano trasferite alla Regione anche nuove funzioni, la cui spesa dovremo, così, sostenere con risorse per investimenti (ex art. 38). In questo modo, i soldi destinati ad investimenti sono “distratti” dal vincolo di destinazione ed immessi nel calderone del bilancio regionale dove prepondera la spesa corrente, per essere, tra tre anni, utilizzati per le funzioni oggi svolte in Sicilia dallo Stato (sanità carceraria, pensioni civili e di invalidità, etc).
Sotto questo profilo, oltre che “non conveniente” per la Sicilia, la norma e’ incostituzionale poiché in contrasto con lo Statuto (finanzia l’art.37 con le risorse dell’art.38), Statuto che ha voluto chiaramente distinguere il finanziamento delle funzioni trasferite dallo Stato da quelle per la perequazione infrastrutturale ed il superamento del divario economico, sempre più grave, tra nord e sud e con lo stesso art.119 Cost.
Peraltro, il negoziato sul federalismo fiscale, avviato dal Governo regionale due anni fa, e non si comprende perché non concluso dal successivo, viene così vanificato attraverso questa ‘elemosina’ di una sola delle poste di una trattativa ben più ampia. Così si accetta una vera e propria svalutazione dell’autonomia, che colloca le relazioni finanziarie tra Stato e Regioni al di fuori delle procedure negoziali previste dallo Statuto (commissione paritetica) e dalla normativa (l. 42/2009), lasciandole così alla discrezionale ed unilaterale assegnazione dello Stato, e per di più con decreto-legge.
Mentre le altre regioni speciali hanno definito l’attuazione della loro autonomia finanziaria (le tre del nord già compiutamente, mentre la Sardegna e’ ormai prossima alla conclusione), la Sicilia rompe, così, quell’unitarietà di relazione finanziaria delineata dallo Statuto e confermata dalle regole sul federalismo fiscale.
Last but not least, deve evidenziarsi la totale emarginazione dell’Ars da un dibattito così rilevante come quello sull’attuazione dello Statuto. Il precedente Governo ha avviato il negoziato con lo Stato sulla base di un ordine del giorno approvato all’unanimità dal Parlamento. Adesso l’attuazione del federalismo sembra ridotta ad una qualsiasi questione amministrativa da risolvere con qualche “postulazione” a Roma.
In tali condizioni, questa (presunta) attuazione dell’art.37 non solo e’ inutile, ma anche dannosa, rompendo l’impegno – che aveva assunto il Governo nazionale (Monti, ma prima lo stesso Berlusconi) col Governo Lombardo – di definire in tempi brevi, anche per la Sicilia, il trasferimento di risorse e funzioni connesse all’autonomia finanziaria ed al federalismo fiscale.
Insomma, una pericolosa soluzione per raccattare, ‘alla bisogna’, risorse per un bilancio che non c’è, utilizzando il valore dello Statuto e, non senza paradossi, celebrandone l’applicazione.
Ricorda tanto quella ‘impostura’, si usa dire fake oggi, che ha reso celebre l’Abate Vella – artefice della storica e certamente meno dannosa ‘minsogna saracina’ – straordinario protagonista del Consiglio d’Egitto di Sciascia, ma che dopo i primi fasti, ben presto fu svelata.
Palermo 14 aprile 2013

Svendere l’autonomia e trovarsi in default: il fallimentare compromesso.

di Gaetano Armao
Unipa-Dems

Il risanamento finanziario della Sicilia e’ impensabile senza il rilancio dell’autonomia.
La sonora bocciatura della manovra di bilancio e’ il risultato delle contraddizioni del Governo Crocetta, che non ha adottato le misure di risanamento necessarie ed ha abbandonato il confronto, anche serrato, con lo Stato sull’autonomia finanziaria della Sicilia e l’attuazione del federalismo fiscale.
L’effetto: l’inaffidabilità della Regione e la delegittimazione dell’Autonomia. Esempio emblematico: la remissiva attuazione dell’art. 37 dello Statuto, svenduto lo scorso anno come attuazione storica,ma che ha utilizzato risorse già spettanti alla Regione (insieme e quel che restava dei Fondi di sviluppo e coesione, ex FAS) solo per far quadrare i conti del bilancio (un po’ farlocco) del 2013 (ma attendiamo la parificazione della Corte dei conti a giugno).
Si e’ aperta così una fase di crisi che e’ si finanziaria, ma anche della politica col ‘cappello in mano’ di Crocetta,condita da pittoreschi ‘pellegrinaggi e preghiere’ a Roma, che ha svendutole prerogative statutarie (quante impugnative di leggi statali che hanno violato le competenze regionali proposte nell’ultimo anno?1).
Ricordava G. B. Shaw che “spesso ci si attacca ai numeri come gli ubriachi si attaccano ai lampioni, non per farsi illuminare ma per farsi sostenere», escluderei che gli abusi Crocetta riguardino l’alcol, ma certamente si aggrappa a numeri inesistenti quando ricorre alla nobile pratica dello ‘scarica barile’ sui precedenti governi.
La Corte dei conti ha riconosciuto che nell’ultimo quadriennio si è registrata nei bilanci regionali una decisa contrazione della spesa.Lo stesso Crocetta li ha sintetizzati nel DPEF 2013-2017, approvato dall’Ars nel febbraio 2013 (pag 63).
E’ pertanto quantomeno contraddittorio affermare, dopo le imbarazzanti accuse al Commissario dello Stato, che la spesa sia costantemente cresciuta ed i bilanci falsi.
Facciamo il punto.
Settembre 2012, dopo le misure di contenimento dei costi varati in estate, lanciai un grave allarme sulla situazione finanziaria della Sicilia.
Riforma costituzionale sul pareggio di bilancio, adozione del fiscal compact a livello europeo, senza interventi tempestivi di riforma strutturale e revisione della spesa, da adottarsi prima della chiusura dell’anno, ed una riduzione dei vincoli del patto di stabilità, senza definire le trattative sul federalismo fiscale, avviate dopo i successi ottenuti dalla Sicilia in Corte costituzionale, avrebbero determinato il rischio defaulttra la fine del 2013 ed il 2014. E purtroppo non ci siamo lontani.
Allarmi caduti nel vuoto, tanto che Crocetta mi spaccio’ per questo come ‘traditore della Sicilia’, mentre il Ragioniere generale Bossone – economista proveniente da Bankitalia – che aveva evidenziato al Presidente appena insediato la difficile situazione e misure per farvi fronte (una manovra da 2 miliardi), ricevette, di pronto accomodo, il licenziamento in 48 ore.
A soli quattro giorni dalle elezioni regionali, Fitch, constatando l’inesistenza di una maggioranza (che manca ancora) ridusse il rating della Regione (“la discontinuità politica sposterà l’implementazione di qualunque riforma della spesa corrente a fine 2013”). Le previsioni erano esatte….i costi della politica (di Ars, governo etc.) in attuazione della ‘normativa Monti’ sono stati (solo in parte) ridotti da qualche settimana, mentre resta un mistero quanto percepisca il presidente della Regione.
Crocetta ha sottovalutato le misure da introdurre, pensando che svendendo l’autonomia della Sicilia avrebbe ottenuto benefici.
Questo e’ il risultato:
– in 15 mesi nessuna misura strutturale di riequilibrio finanziario e’ stata adottata al di fuori delle riduzioni imposte dalla disciplina del patto di stabilità o dalla necessità di finanziare i precari, ne si sono trovate nuove risorse dismettendo beni immobili e partecipazioni (anzi, la vendita intrapresa nel 2012 e’ stata bloccata).
– sono stati interrotti i lavori sia del tavolo sul riequilibrio finanziario avviato sin dall’inizio del 2012 (col presidente Monti ed il ministro Grilli) che quello, cruciale per il futuro della Sicilia, sul federalismo fiscale che avrebbe potuto consentire alla Regione di acquisire nuove risorse e nuove funzioni. Emblema yg questa disattenzione e’ la nomina della Commissione paritetica, essenziale per il negoziato sul federalismo fiscale, intervenuta dopo 15 mesi di Governo Crocetta;
– i bilanci regionali precedenti, nel loro impianto complessivo, non hanno incontrato le censure del Commissario dello Stato e sono stati tutti parificati dalla Corte dei conti. Sicché dire oggi che sono falsi ha il sapore di scusa tardiva e che, tutto sommato, mira a colpire gli organi di controllo;
– il bilancio 2013 e’ stato portato in equilibrio grazie a risorse extra regionali (quelle maldestramente provenienti dall’art. 37 dello Statuto e quelle degli ex fondi Fas) terminate le quali quest’anno ci sarebbero stati problemi. Ma come era pensabile lo sconto ai petrolieri sulle royalties, nel precario equilibrio finanziario, senza adeguata copertura finanziaria?
– la squadra burocratica che ha confezionato i documenti contabili degli anni passati e’ sostanzialmente inalterata (anzi con Crocetta ha avuto una promozione), sicché delle due l’una: se si tratta di incompetenti (ma tali non sono affatto)vanno cambiati, oppure ha prevalso l’approssimazione del Governo che non comprende che la contabilità pubblica e’ profondamente cambiata con l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio (art. 119), l’adozione del fiscal compact, l’evoluzione giurisprudenziale costituzionale(sent. nn. 138, 250, 266, 309 del 2013). Tutte questioni evidenziate dalla Corte dei conti sul tema dei residui attivi già il 28 giugno scorso alla parificazione del bilancio 2012 ed opportunamente richiamate dal Commissario dello Stato in modo informale prima (restando inascoltato) e nel ricorso proposto alla Corte costituzionale poi.
Non credo di esagerare ad immaginare che Crocetta,se incontrasse oggi il mitico Bartalinelle carrozze ferroviarie che ambisce romanticamente a frequentare, si beccherebbe sicuramente un «l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!».
Meglio, per lui, continuare a correre su potenti ammiraglie nuove di zecca.
Palermo, 12 marzo 2013