La Sicilia da prendere sul serio e la manovra del Governo.

di Gaetano Armao
Assessore regionale per l’economia

E’ noto che il Governo nazionale impedisca in attesa della chimera ‘piano per il sud’ – invero più un programma sulla velocità di impegno per il sud che altro – l’utilizzo dei fondi FAS gia’ assegnati alla Sicilia (a meno degli oboli, imposti dalla ragion partitica, ai Comuni di Catania e Palermo, senza alcuna logica di investimento). Addirittura, dopo aver sottratto già oltre il 16%, la manovra approvata ieri impone un ulteriore taglio del 10%. Tale riduzione ovviamente colpisce sopratutto la Sicilia che perde altri 350 mni di fondi dopo i quasi 800 mni già sottratti lo scorso anno, comprimendo la dotazione sino a 3,2 md di euro. E questo mentre si registra nel decennio la riduzione degli investimenti nel Sud, ormai ai minimi storici, ed una insopportabile considerazione del Mezzogiorno come un peso per il Paese.
Se poi si connettono i tagli ed il blocco sui fondi Fas alle riduzioni di trasferimenti agli enti locali dello Stato ed alle riduzioni di spesa imposte, per la Sicilia la disponibilità di risorse si riduce di circa tre miliardi.
La manovra governativa che punta a recuperare 47 miliardi pesa sulla Sicilia, ed in un momento in cui lo Stato impone il sostanziale blocco degli investimenti. Bloccare i fas vuol dire non solo impedirci di provvedere a sostenere la ripresa mediante anticipazioni di cassa, ma anche precludere ogni forma di cofinanziamento necessario all’utilizzo dei fondi europei.
La tendenza di forte contrazione degli investimenti statali in Sicilia e’ stata ieri additata anche dalla Corte dei conti nel giudizio di parificazione del rendiconto regionale 2010. Di analogo tenore la raccomandazione del Consiglio europeo del 7 giugno scorso di valutazione del programma nazionale di riforma. L’Unione europea, già critica nei confronti del c.d. ‘piano per il sud’, evidenzia il forte e costante divario nord-sud ed il gap che il sud deve recuperare, ma stigmatizza che “l’agenda delle riforme strutturali approntata dal Governo nazionale non appare sufficientemente ambiziosa per poter rafforzare significativamente il potenziale di crescita del Paese stimolare la creazione di posti di lavoro nei prossimi anni”.
In gergo comunitario: la bocciatura della politica italiana per il sud, già pronunciata nella sua ultima nota all’Italia dal Commissario UE Hahn.
Un esempio emblematico dell’azione paralizzante del Governo nazionale si rinviene nel blocco del credito d’imposta per gli investimenti in Sicilia, disciplinato dall’importante legge regionale n. 11/2009, previsto già il 23 maggio scorso, ed autorizzato dall’Unione Europea.
Si e’ così realizzata la sottrazione inopinata di risorse dei siciliani ed il pregiudizio per le imprese, precludendone così la crescita ed impedendo l’attrazione di investimenti e l’incrementato dell’occupazione.
Per rispondere alla descritta paralisi degli investimenti per la Sicilia il Governo regionale ha da tempo presentato all’Ars un emendamento che consente di finanziare il credito d’imposta con fondi regionali per 150 mni euro provenienti dall’attualizzazione delle royalties che, grazie all’accordo concluso in febbraio con Eni, possono finanziare gli investimenti generando crescita economica e dell’occupazione Adesso viene approvata al Senato (nel contesto della legge di conversione del d.l. sullo sviluppo, n. 70/2011), l’introduzione del credito d’imposta per il Mezzogiorno da finanziare con i fondi europei delle Regioni, soluzione sulla quale già Bruxelles ha manifestato la propria contrarietà (vedi nota della DG Regio del 31 maggio scorso) e che quindi, così com’e’, non potrà partire.
Così il Governo nazionale, con misure draconiane, da un lato, blocca il credito d’imposta regionale, come molte altre misure di investimento produttivo (si pensi alle Zone franche urbane), dall’altro, vara una misura che appare un ‘incentivo-manifesto’ (qualcosa per il sud…..mentre si taglia).
Si tratta di un raggiro in danno delle imprese siciliane che impone, a chi ne assume la responsabilita’, di dare risposte sulle ragioni dell’abbandono della Sicilia sulla spinta di una trazione leghista che vede un’Italia nella quale ‘il nord si salva da solo al sud si salvi chi può’.
Certo la Sicilia deve fare, con determinazione, la sua parte nel risanamento dei conti e l’eliminazione degli sprechi. Abbiamo cominciato col bilancio 2011, riportando la spesa indietro di 10 anni, riducendo le società partecipate da 34 a 14, abbattendo il deficit in Sanita’. Ma non basta.
Le considerazioni della Corte dei Conti di ieri impongono, ed in termini improrogabili, di procedere ad una drastica revisione della disciplina dell’impiego pubblico regionale, eliminando privilegi ormai non piu’ difendibili e disfunzioni organizzative che generano costi ormai insostenibili. Su questo occorre procedere con determinazione, nella convinzione che si tratta del percorso obbligato per conseguire l’obiettivo irrinunciabile del risanamento.
Ritengo tuttavia che per realizzare le riforme non bisogna smettere di credere che si possa recuperare quella coesione tra gli esponenti politici e di governo, soprattutto tra quelli piu’ attenti, che anteponga le risposte alle attese della Sicilia rispetto ad appartenenze che la umiliano.
17 luglio 2012

IL SOCIAL HOUSING PER UN PROGRAMMA DI EDILIZIA RESIDENZIALE SOCIALE E SOLIDALE IN SICILIA

Relazione al Convegno “Abitare sociale in Sicilia
Palermo – Villa Whitaker – 16 luglio 2012
di
Gaetano Armao
Università di Palermo

1. Il “Social housing”, secondo la definizione del Cecodhas (il Comitato europeo di coordinamento per l’edilizia sociale), è costituito dall’insieme delle attività volte a fornire alloggi adeguati a coloro che hanno difficoltà a soddisfare, alle condizioni di mercato, il proprio bisogno abitativo, a causa delle difficoltà di accesso al credito, in caso di acquisto, o per altri motivi.
Si tratta, quindi, di una politica per l’incremento del patrimonio in affitto con prezzi calmierati o controllati.
Un definizione di «alloggio sociale» con indicazione delle caratteristiche e dei requisiti si rinviene nel Decreto Ministero Infrastrutture 22 aprile 2008, alla stregua del quale va ricondotta a tale tipologia: “l’unità immobiliare adibita ad uso residenziale in locazione permanente che svolge la funzione di interesse generale, nella salvaguardia della coesione sociale, di ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari svantaggiati, che non sono in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato”.L’alloggio sociale deve essere “adeguato, salubre, sicuro e costruito secondo principi di sostenibilità ambientale e di risparmio energetico, utilizzando, ove possibile, fonti energetiche alternative”.
Spetta alle Regioni, di concerto con le Anci regionali:definire il canone di locazione dell’alloggio sociale in relazione alle diverse capacità economiche degli aventi diritto, alla composizione del nucleo familiare e alle caratteristiche dell’alloggio;fissare i requisiti per beneficiare delle agevolazioni per l’accesso alla proprietà;stabilire modalità e criteri per la determinazione del prezzo di vendita.
Nel contesto immobiliare italiano con il termine di “social housing”, quindi, si fa riferimento ad un nuovo settore che comprende l’attività di sviluppo e gestione immobiliare avente ad oggetto l’insieme di alloggi e servizi rivolti a coloro che non riescono a soddisfare sul mercato il proprio bisogno abitativo e permette di sviluppare e qualificare la città pubblica e ripensare la definizione di welfare urbano in termini di coesione sociale, senso di appartenenza ad una comunità, qualità della vita; una componente immateriale del welfare, che non si riduce al raggiungimento delle quantità degli standard, ma definisce le possibilità di accesso ai processi di vita urbana e sottintende una idea di città contemporanea, democratica, che partecipa alla retribuzione sociale del benessere.
Termini come piano di edilizia economico-popolare, il PEEP, edilizia convenzionata, edilizia agevolata e edilizia sovvenzionata, sembrano così superati, ma sono soltanto sottoposti ad una rielaborazione legislativa. E fuor di dubbio che il tema delle politiche pubbliche per affrontare il tema di chi non riesce in alcun modo a risolvere il problema dell’abitazione e non ha alcuna possibilità di farlo rimane aperto e solo su tali forme di sostegno pubblico può trovare fare affidamento.
L’Edilizia residenziale sociale fa il suo ingresso nel nostro ordinamento con il c.d. “piano casa” incentrato principalmente sull’edilizia residenziale offerta a condizioni di mercato (art. 11 della legge 133/2008).
La normativa regionale siciliana, l.r. n.1 del 2012 si riconnette alla nor-mativa statale e punta decisamente a realizzare iniziative di riqualificazione ur-banistica mediante interventi di edilizia sociale convenzionata.
In tale prospettiva si richiamano per la realizzazione di alloggi sociali di cui all’articolo 5 della legge 8 febbraio 2007, n. 9 e al decreto del Ministro delle infrastrutture 22 aprile 2008, l’articolo 11 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112 convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, in attuazione di quanto previsto dai commi 258 e 259 dell’articolo 1 della legge 24 dicembre 2007, n. 244.
Analogamente a quanto previsto dalla normativa statale si prevede poi che per la realizzazione di tali interventi possa ricorrersi agli strumenti del partenariato-pubblicoprivato (PPP) regolato dall’articolo 3, comma 15 ter, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 nonché al decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207 (art.1).
Con l’intento di delegificare la fattispecie la normativa ha poi previsto l’emanazione di un regolamento regionale, di cui la Giunta regionale siciliana ha già preso atto ed e’ stato inviato al CGA per il parere di rito.
Il regolamento regionale delinea:
a) i criteri per l’individuazione delle aree in cui localizzare gli interventi, secondo le previsioni degli strumenti di programmazione urbanistica o in deroga agli stessi;
b) le modalità di individuazione e scelta dei partner privati degli inter-venti, secondo criteri di trasparenza, imparzialità e tutela della concorrenza;
c) le modalità e le condizioni per la valutazione delle proposte dei privati e per la negoziazione degli accordi di partenariato pubblico privato (PPP);
d) le eventuali premialità, sia in termini di volumi edificabili che di age-volazioni fiscali e/o finanziarie, da attribuire ai promotori degli interventi, secondo le condizioni ed i limiti ivi stabiliti;
e) le procedure amministrative a cui ricorrere per l’approvazione e l’attuazione degli interventi, secondo criteri di semplificazione e trasparenza;
f) gli obiettivi minimi da conseguirsi, da parte dei comuni, in termini di disponibilità di alloggi sociali e riqualificazione urbanistica, in relazione alle caratteristiche dell’intervento ed investimento pubblico e privato complessivamente previste;
g) le modalità per consentire, fra i costi dell’intervento, l’eventuale in-clusione delle spese della relativa assistenza tecnico- amministrativa ai comuni.
Gli interventi di edilizia sociale convenzionata e di riqualificazione urbana oggetto dell’intervento devono essere localizzati nelle zone omogenee territoriali a prevalente destinazione residenziale “A”, “B” e “C” e possono essere localizzati anche in edifici non più utilizzati ubicati nelle zone “D”. Mentre sono tassativamente esclusi interventi in arre di “verde agricolo”.
Ai fini della graduatoria sono privilegiati i progetti con un elevato grado cantierabilità, che intervengono in zone in stato di degrado sociale e si integrano con le politiche pubbliche locali e con i programmi comunali per edilizia sociale, nonché con i piani di valorizzazione del patrimonio pubblico.I Comuni, da parte loro, possono incentivare la localizzazione degli interventi di edilizia sociale, operando in deroga alle previsioni quantitative e/o alle destinazioni d’uso degli strumenti urbanistici, mediante:
1. la sostituzione edilizia di manufatti;
2. l’inserimento di edifici con destinazioni connesse e complementarialla residenza;
3. l’inserimento, accanto alle funzioni abitative, di funzioni di servizio alla persona.
Sono previste, inoltre, premialità volumetriche fino al 30% dei volumi consentiti dagli strumenti di pianificazione locale. Le premialità volumetriche non possono tuttavia riferirsi ad edifici abusivi o in aree ad inedificabili-tàassoluta, con esclusione degli edifici per i quali sia stato rilasciato il titolo abilitativo edilizio in sanatoria.
La scelta dei partner privati degli interventi dovrà avvenire nel rispetto dei principi comunitari, di trasparenza, imparzialità e tutela della concorrenza, di cui alla disciplina del codice dei contratti (D.Lgs. 163/2006). Essa pertanto dovrà essere di norma preceduta dalla previa pubblicazione di un bando.
È stabilito altresì che i comuni procedano ad individuare le proposte mediante selezione pubblica alla quale possono partecipare soggetti pubblici e privati. Formato in sede locale il partenariato pubblico privato, i comuni procederanno poi a far pervenire al Dipartimento regionale delle infrastrutture, della mobilità e dei trasporti le proposte per la loro valutazione.
Gli interventi inserito nel regolamento e che usufruiscono delle risorse appostate nel Fondo Immobiliare Regionale (F.I.R.) di cui art. 5 della L.R. 3 gennaio 2012, n.1, devono garantire che almeno il 51% della superficie com-plessiva (S utile + S non residenziale) sia destinata ad edilizia residenziale sociale di cui al decreto ministeriale 22 aprile 2008, con la garanzia che la stessa venga dotata di aree a verde e servizi secondo la normativa vigente.
Nel caso in cui sia previsto un investimento pubblico, in conto capitale, per gli stessi interventi, la percentuale di cui al comma precedente è aumentata di un punto percentuale per ogni punto percentuale di incidenza dell’investimento pubblico sul costo totale del progetto.
L’art. 5 della l.r. 1/2012 prevede poi la realizzazione da parte della Re-gione di interventi a sostegno delle politiche abitative. Con decreto dell’Assessore regionale per l’economia, da adottarsi di concerto con l’Assessore regionale per le infrastrutture e la mobilità, è istituito un fondo immobiliare per l’edilizia residenziale sociale ai sensi dell’art. 11 del DPCM 16 luglio 2009. Successivamente, con ulteriore decreto dell’Assessore regionale per l’economia, di concerto con l’Assessore regionale per le infrastrutture e la mobilità, saranno disciplinate le modalità di costituzione, organizzazione e funzionamento del predetto fondo.Infine, con ulteriore decreto dell’Assessore regionale per l’economia di concerto con l’Assessore regionale per le infrastrutture e la mobilità, verrà adottato il bando per l’individuazione, con procedure di evidenza pubblica, del soggetto gestore del fondo.
Mentre, con riguardo alla costituzione del fondo immobiliare regionale le quote di cui all’art 5 della l.r. 1/2012, possono essere sottoscritte, per cassa e/o in natura, da investitori pubblici o da soggetti privati, tra i quali il fondo nazionale del sistema integrato di fondi, gestito da CDPI SGR, società di gestione del risparmio controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti.
Alla stregua della sintetica illustrazione sin qui effettuata va ricordato che sono tre gli elementi per qualificare l’ERS:
a) essa mira al soddisfacimento del fabbisogno abitativo dei meno ab-bienti può, si determina una selezione dei beneficiari delle politiche per la casa avviene secondo criteri di universalismo selettivo e, quindi, sulla base delle condizioni economiche delle famiglie e dei singoli che concorrono alle prestazioni agevolate;
b) in quantodiretta alla fasce più deboli economicamente gli alloggi val-gono, o sono convenzionalmente valutati, a prezzi più bassi di quelli risultanti dall’equilibrio tra domanda e offerta;
c) l’intervento finanziario pubblico consente di contenere i costi di rea-lizzazione degli alloggi e di conseguenza i prezzi di erogazione dei servizi abitativi con essi offerti (cfr in merito R. Lungarella, Social housing: una definizione inglese di “edilizia residenziale pubblica”?, in Istituzioni del Federalismo, 3/4-2010, 271 ss.)

2. Il decreto-legge 22 giugno 2012, n 83 introduce una nuova forma pia-nificatoria il”Piano nazionale per le città” (art. 12) che ha quale obiettivo la ri-qualificazionedelle aree urbane degradate e e lo sviluppo per le città al fine di rilanciare il settore dell’edilizia.
In particolare, il piano nazionale per le città delineatodal “Decreto Svi-luppo-Infrastrutture” dovrebbe coordinare una serie di interventi proposti diret-tamente dai Comuni per la riqualificazione delle aree degradate e per le quali il Governo ha già stanziato un consistente intervento finanziario (che ammonta a 224 milioni di euro, dei quali 10 milioni per il 2012, 24 milioni per il 2013, 40 milioni il 2014 e 50 milioni per ciascuno degli anni 2015, 2016 e 2017).
Per la predisposizione del piano, i Comuni interessati dovranno inviare alla “Cabina di regia” nazionale le loro proposte di “contratti di valorizzazione urbana” che dovranno indicare:
a) la descrizione, le caratteristiche e l’ambito urbano oggetto di trasfor-mazione e valorizzazione;
b)gli investimenti ed i finanziamenti necessari, sia pubblici che privati, comprensivi dell’eventuale cofinanziamento del comune proponente;
c) i soggetti interessati;
d) le eventuali premialità;
e) il programma temporale degli interventi da attivare;
f) la fattibilità tecnico-amministrativa.
Alla “Cabina di regia” viene poi affidato il compito di selezionare le proposte sulla base dei seguenti criteri:
a) immediata cantierabilità degli interventi;
b) capacità e modalità di coinvolgimento di soggetti e finanziamenti pubblici e privati e di attivazione di un effetto moltiplicatore del finanziamento pubblico nei confronti degli investimenti privati;
c) riduzione di fenomeni di tensione abitativa, di marginalizzazione e degrado sociale;
d) miglioramento della dotazione infrastrutturale anche con riferimento all’efficientamento dei sistemi del trasporto urbano;
e) miglioramento della qualità urbana, del tessuto sociale ed ambientale.
Un ruolo rilevante in merito, come agevolmente rilevabile, e’ attribuito alla c.d. Cabina di Regia composta da:
2 rappresentanti del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di cui uno con funzioni di presidente;2 rappresentanti della Conferenza delle Regioni e delle province autonome;1 rappresentante del Ministero dell’economia e delle finanze, 1 del Ministero dello sviluppo economico, 1 del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, 1 del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, 1 del Ministero per i beni e le attività culturali, 1 del Ministero dell’interno, 1 dei Dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri per lo sviluppo e la coesione economica, per la cooperazione internazionale e l’integrazione e per la coesione territoriale, 1 dell’Agenzia del demanio, 1 della Cassa depositi e prestiti, 1 dell’Associazione nazionale comuni italiani. Infine, 1 rappresentante del Fondo Investimenti per l’Abitare (FIA) di CDP Investimenti SGR ed 1 rappresentante dei Fondi di investimento istituiti dalla società di gestione del risparmio del Ministero dell’economia e delle finanze (in veste di osservatori).
Per l’attuazione degli interventi previsti, a decorrere dall’esercizio finanziario 2012 e fino al 31 dicembre 2017, è istituito il “Fondo per l’attuazione del Piano nazionale per le Città” nel quale confluiscono le risorse, non utilizzate o provenienti da revoche, relativamente a diversi programmi di interventi costruttivi, di recupero urbano e di innovazione in ambito urbano.
Al fabbisogno finanziario per l’attuazione del “Piano Città” (con limiti determinati: euro 10 milioni per l’anno 2012, 24 milioni per il 2013, 40 milioni per il 2014 e 50 milioni per 2015, 2016 e 2017) si provvede mediante utilizzo delle risorse previste per gli interventi costruttivi e i programmi di recupero ur-bano di cui sopra, risorse riassegnate sul citato “Fondo per l’attuazione del piano nazionale per le città”.
I programmi di cui all’articolo 18 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152 (convertito con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203) per i quali è stato ratificato l’Accordo di programma entro il 31 dicembre 2007 ai sensi dell’articolo 13, comma 2, della legge 28 febbraio 2006, n. 51, possono poi essere rilocalizzati all’interno però della stessa regione o in regioni confinanti ed esclusivamente nei comuni capoluogo di provincia. È comunque esclusa la possibilità di frammentare uno stesso programma costruttivo in più comuni.
Per la ratifica degli Accordi di programma (di cui all’articolo 34 del d.lgs 18 agosto 2000 n. 267) il termine è fissato al 31 dicembre 2013.
Inoltre, per quanto riguarda gli interventi di edilizia sovvenzionata “rilocalizzati” di cui sopra, il Comune che li mette in atto contribuisce con fondi propri all’incremento del finanziamento statale di edilizia sovvenzionata per far sì che l’intervento costruttivo venga ultimato.
Le disposizioni si applicano anche ai programmi già finanziati per i quali risulti già sottoscritta la convenzione attuativa con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e per i quali è necessario procedere ad aggiornarne i costi di realizzazione.
La richiamata disciplina sul “Piano Città” determina poi i limiti per gli interventi di edilizia sovvenzionata stabiliti con il decreto legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, limiti vigenti in ciascuna regione e aggiornati ai sensi dell’articolo 9 del medesimo decreto.
Rimane, per questi interventi, il finanziamento statale e il numero com-plessivo degli alloggi da realizzare.

3. Con l’intervento illustrato la Regione siciliana si pone il linea con le altre Regioni che hanno aderito all’Accordo quadro tra Ministero delle Infrastrutture e Trasporti (Regioni Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto e Provincia Autonoma di Trento:) che prevede lo stanziamento di 740 milioni di euro di fondi pubblici (di cui 298 statali) e quasi 2 miliardi di fondi privati, per la realizzazione di 15.200 alloggi. Tali risorse si aggiungono ai 140 milioni di euro già stanziati dal CIPE a favore del sistema di fondi immobiliari per l’edilizia residenziale in risposta al fabbisogno complessivo di abitazioni da parte delle categorie sociali svantaggiate. Mentre i Comuni in cui si costruiranno gli alloggi possono partecipare al fondo, conferendo terreni di proprietà pubblica, e saranno remunerati da quote del fondo di importo pari al valore di mercato del suolo.
La Sicilia si prepara a debuttare nell’edilizia sociale convenzionata mediante il “Fondo immobiliare Abitare sociale in Sicilia” (ASSI), che partirà intanto con una dote pubblica di 50 milioni di euro (30 della Regione e 20 da CDPI SGR attraverso il FIA), in attesa delle sottoscrizioni di privati.
Lo spirito con cui si intende dar corpo a questo strumento è quello del coinvolgimento dei privati mediante il partenariato con gli enti locali. Si stima di realizzare nella prima fase circa 450-500 nuovi alloggi senza ulteriore “consumo” diterritorio, ma mediante la ristrutturazione di edifici già esistentinei centri storici, con un effetto di trascinamento sulle aree limitrofe, com’è avvenuto in altre città europee dove si sono realizzati analoghi interventi. Gli interventi di recupero del patrimonioedilizio esistente e di riqualificazione urbana avrà benefici sia sulla qualità della vita di queste zone, siaper lo sviluppo, che deve ripartire anche dai centri urbani.
Si potranno cosi’ costruire case a costi accessibili, con risorse in gran parte private e modalita’ attuative privatistiche incrementando l’offerta di alloggi sociali in locazione ai canoni concordati per almeno 8 anni (ma anche fino a 25 anni) e in vendita a prezzi convenzionati, tenendo presente il vincolo di sostenibilita’ sul piano economico

Il contenimento spesa pubblica regionale e la sua revisione

di
Gaetano Armao

La debole situazione economica regionale nel contesto della congiuntura economica nazionale ed europea (per il nostro Paese “il 2012 non potrà che essere un anno di recessione per le incertezze finanziarie e le drastiche pur se indispensabili misure di correzione del bilancio pubblico”), risulta appesantita dai gravi limiti imposti dallo Stato alla Regione siciliana.
Delle difficoltà dell’Isola non si e’ tenuto conto nella determinazione dei tagli decisi dal Governo nazionale che ha ripartito il contributo richiesto alle Regioni sulla base di un mero calcolo aritmetico, senza tenere in adeguato conto le diversità economiche e sociali delle realtà territoriali, con ciò penalizzando fortemente la Sicilia”.
A confermare tale tesi si richiama l’attenzione sull’ultimo rapporto della Banca d’Italia che ha evidenziato ‘come la crescita delle Regioni meridionali sia stata inferiore agli obiettivi che le politiche regionali si erano posti, permane l’interrogativo se la responsabilità del mancato conseguimento degli obiettivi di crescita (….)in Sicilia, sia da attribuire solo alle politiche regionali e non anche condizionato dalle politiche nazionali”.
Negli ultimi anni (e, in particolar modo, nel triennio 2010/2012) la Regione ha adottato una politica di bilancio rigorosa, dettata da una forte disciplina che ha consentito una riduzione della spesa corrente riconducendola al livello del 2000.
Sono stati conseguiti risultati attraverso riforme strutturali nei settori della sanità, dei rifiuti, della formazione, dell’organizzazione amministrativa (drastica riduzione apparati), della razionalizzazione delle società partecipate (da 34 a 14), della gestione della quiescenza (istituzione del fondo pensioni).
Vanno, inoltre, evidenziate altre importanti misure: l’adesione della Sicilia (unica Regione a statuto speciale) alla sperimentazione del nuovo bilancio europeo; la regolazione ed applicazione della spending review; l’applicazione, ancor prima dello Stato, del contenimento della spesa degli enti e delle società partecipate (prevedendo tetto al numero ed agli emolumenti di amministratori e dirigenti – ci sta provando adesso anche lo Stato con il Commissario Bondi – la riduzione di organici e apparati di governo, tetto a numero e remunerazioni di consulenze, riduzione auto e spese istituzionali); l’introduzione del sistema di monitoraggio sul fabbisogno finanziario e rinegoziazione dei contratti derivati (unica regione del Mezzogiorno) e (su proposta in commissione Bilancio) la soppressione del privilegio della legge 104 ‘alla siciliana’.
Molte misure sono state adottate tra l’estate e l’autunno 2011, con impatto limitato in quell’anno ed i cui effetti potranno vedersi in pieno solo nel corso del presente esercizio finanziario.
Certo non può tacersi che molte altre misure di riequilibrio finanziario e forte compressione della spesa – che il Governo regionale ha più volte proposto hanno trovato le fortissime spinte contrarie di interessi corporativi e di gruppi alla ricerca di rendite di posizione, circostanza questa recentemente stigmatizzata dalla Corte dei Conti con le parole conclusive del suo Presidente in occasione della parifica del Rendiconto della Regione per l’anno 2011.
La spending review, che abbiamo regolato ed applicato per primi tra le regioni, ha già prodotto i primi effetti sulle spese per trasporti (quasi 350 milioni) ridotte drasticamente per razionalizzare un settore dove i trasferimenti erano cresciuti, in alcuni casi, di quasi il 300%. Adesso va estesa a tutto il bilancio.
Ma non ci sono soluzioni alternative, occorre procedere al contenimento di spese di una Regione che per decenni ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità.
Nelle considerazioni della Corte dei Conti in occasione della recente parifica risulta poi confermata la linea del confronto aperto dal Governo regionale con il Governo nazionale sull’autonomia finanziaria ed il rafforzamento del riequilibrio finanziario.
Non si tratta di una proposta di tutoraggio statale, ma solo il rafforzamento di un percorso di confronto già intrapreso dal Governo regionale su iniziativa del Presidente.
Da qualche settimana – e dopo oltre quaranta anni di inerzie – e’ già insediato il tavolo di confronto sull’autonomia finanziaria regionale ed il federalismo fiscale che redigerà anche il patto per il consolidamento del riequilibrio finanziario
Per quanto riguarda gli equilibri di bilancio va ricordato che essi sono pesantemente influenzati da:
• l’andamento negativo della economia che ha determinato, tra l’altro, una pesante contrazione delle entrate del bilancio della Regione,
• la difficoltà di ulteriore contenimento della spesa per via delle rigidità della stessa legate ad obblighi contrattuali e ai costi del personale ed alle scelte delle precedenti legislature.
Altre rilevanti cause di criticità sono derivate da:
• le ingenti anticipazioni regionali sulle misure FAS che lo Stato non ha finanziato (circa 700 mln),
• le anticipazioni ai comuni connesse all’emergenza finanziaria e sanitaria del settore rifiuti (sono stati rilevati debiti di questi verso gli ATO per oltre 1mld),
• il mancato trasferimento di circa 700 mln del cofinanziamento sanitario, nonostante il raggiungimento degli obiettivi di riequilibrio del settore in Sicilia,
• l’omessa attuazione delle assegnazioni di gettito connesse al federalismo fiscale (riconosciuti invece alle Regioni a statuto speciale del nord), a fronte delle riduzioni già poste in essere dei trasferimenti verso la Regione e gli enti locali siciliani (oltre 1,5 mld),
• l’aumento della spesa per investimenti di compartecipazione alla spesa europea per accrescere gli impieghi di fondi comunitari.
Il debito, che raggiunge quota 5,3 miliardi – di dimensioni sostenibili per una Regione ha un bilancio da 27 miliardi – in gran parte si e’ formato nelle precedenti gestioni di governo ed e’ sottoposto ad una gestione attiva e monitoraggio (si veda il periodico Bollettino sul fabbisogno finanziario regionale).
Il mutuo da 2,5 md stipulato nell’ottobre 2008 ha riguardato i debiti del settore sanitario del periodo 2000-2007, sicché sull’intero stock di debito questa legislatura ha influito per circa 1,5 md, mentre la restante parte (oltre il 75%) e’ relativa ad indebitamento generato dalle precedenti.
Va, poi, ricordato che la natura delle controparti del debito a carico della Regione e’ istituzionale essendo rappresentata per circa il 96% dal Ministero dell’Economia e le Finanze, Cassa depositi e Prestiti e BEI e che la componente a tasso fisso rappresenta l’83,4% dell’esposizione debitoria.
L’azione di risanamento avviata dal governo regionale e’ ineludibile e va rafforzata puntando ad un deciso recupero di credibilità’ della Sicilia non solo sul piano contabile e finanziario, ma sopratutto istituzionale che dovrà fare i conti con la “costituzionalizzazione” del pareggio di bilancio (nuovo art. 119 Cost.).
Solo con i ‘conti in regola’ la Sicilia potra’ affrontare il difficile cammino di uscita da una grave crisi economica mondiale ed essere, cosi’, protagonista della ripresa del nostro Paese.
Le superiori considerazioni, unitamente all’implementazione delle attività di revisione della spesa intraprese a livello nazionale e regionale, impongono pertanto di adottare ulteriori misure non più rinviabili in tema di contenimento della spesa pubblica.
Palermo, 3 luglio 2012

L’IRFIS S.p.a. da ente creditizio a finanziaria regionale

di
Gaetano Armao

La trasformazione di IRFIS in società finanziaria specializzata in attività di credito agevolato ed erogazione di finanziamenti su fondi regionali e la conseguente iscrizione nell’elenco degli intermediari finanziari ai sensi dell’art. 106 TUB avvenuta nel corso del 2011 rappresenta uno dei passaggi di un progetto più ampio che non si è ancora concluso e che prevede il rafforzamento di IRFIS come intermediario finanziario che opera esclusivamente a sostegno dell’economia e delle imprese siciliane.
Anche la Regione siciliana si e’ così dotata di una finanziaria regionale che possa operare a sostegno delle imprese con logica e professionalità private, in raccordo con le istituzioni finanziarie comunitarie (BEI e FEI), con quelle nazionali (CCDDPP, Banca del Mezzogiorno) e con il sistema bancario regionale.
Analogamente a quanto avvenuto nelle principali Regioni italiane (Finlombarda. Finpiemonte, Sviluppo Lazio, Friulia, Sfirs) anche la Sicilia si dota di una finanziaria regionale. Ossia di un soggetto tecnico che possa supportare ed assistere la Regione nella progettazione, definizione ed attuazione delle politiche e degli interventi a sostegno del sistema economico, imprenditoriale ed occupazionale regionale.
E’ utile in questa sede ricordare che nel corso del 2011 molte critiche sono state sollevate sulla trasformazione di IRFIS in società finanziaria.
Come più volte rappresentato il progetto IRFIS Finsicilia è nato per dare finalmente un ruolo ad un istituto che da alcuni anni ricopriva una posizione marginale e precaria all’interno del Gruppo bancario di appartenenza perdendo ogni indirizzo gestionale.
Il Gruppo bancario che ne aveva valutato l’incorporazione, ha poi ritenuto di separare l’azienda bancaria (conseguentemente acquisita) dalla struttura aziendale finanziaria passata, come meglio si vedrà, in proprietà della Regione secondo il modulo organizzativo dell’in house providing.
Come noto, tale ormai noto istituito giuridico identifica il fenomeno di “autoproduzione” di beni, servizi o lavori da parte della p.a., la quale acquisisce un bene o un servizio attingendoli all’interno della propria compagine organizzativa senza ricorrere a “terzi” tramite gara (così detta esternalizzazione) e dunque al mercato in guisa da consentire un “affidamento diretto”.
La giurisprudenza sia europea che domestica hanno progressivamente declinato l’istituto, ed a tale solco interpretativo si è poi ispirato il legislatore con una serie di interventi che, spesso caotici, hanno reso più complessa la perimetrazione del concetto giuridico
In tal guisa è stato ritenuto che l’amministrazione pubblica (soggetto aggiudicatore per definizione) possa procedere all’affidamento “diretto” del servizio ad una società partecipata in presenza di specifiche e speciali condizioni (soggette a rigorosa verifica) – è che, conseguentemente, configurano un’eccezione alle regole generali del diritto comunitario, vanno peraltro interpretati restrittivamente (Corte di Giustizia CE, sentenza 6 aprile 2006, Causa C-410/04, punto 26)m- quali:
A) la dipendenza strutturale del soggetto (finanziaria, organizzativa gestionale) rispetto all’amministrazione aggiudicatrice e, quindi, la possibilità di un effettivo controllo dell’amministrazione sul gestore del servizio equiparabile a quello esercitabile sui propri organi (longa manus);
B) l’espletamento dell’attività economica oggetto del servizio pubblico ad un livello dimensionale in guisa da risul¬tare, in via di fatto, di prevalente e circoscritto beneficio dell’autorità controllante.
I richiamati paremetri, ritenuti due parametri essenziali per potersi ricorrere legittimamente ad affidamenti mediante “in house providing” sono stati puntualmente delineati dalla Corte di Giustizia CE (cfr. la nota sentenza 8 novembre 1999, in causa C-107/1998, tra Teckal S.r.l. e Comune di Viano).
La richiamata pronuncia precisa, infatti, (punto 50) come in linea di principio, la stipulazione di un contratto tra da una parte, un ente locale e, dall’altra, una persona giuridicamente distinta da quest’ultimo, possa avvenire diversamente (dall’affidamento con gara n.d.r. ) solo nel caso in cui, nel contempo, l’ente locale eserciti sulla persona di cui trattasi un controllo analogo a quello da esso esercitato sui propri servizi e questa persona realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente o con gli enti locali che la controllano.
Giova altresì ricordare che la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE, come ricordato richiamata da quella domestica, anche costituzionale ha modulato qualificato la relazione che deve intercorrere tra p.a. affidante è soggetto affidatario come di “controllo analogo”, mente avuto riguardo al piano funzionale, ha qualificato le relazioni tra il secondo e la prima affinché possano sussistere tali elementi nel rapporto tra ente affidante e soggetto affidatario “in house” come “attività prevalente” (Corte di Giustizia CE, Sez. I, sentenza 11 gennaio 2005, in Causa C-26/03
In tal guisa, quindi, il rapporto tra un’autorità pubblica, che sia un’amministrazione aggiudicatrice, ed i suoi servizi sottostà a considerazioni e ad esigenze proprie del perseguimento di obiettivi di interesse pubblico. Ne discende, conseguentemente, che qualsiasi investimento di capitale privato in un’impresa obbedisce a considerazioni proprie degli interessi privati e persegue obiettivi di natura differente (Corte di Giustizia CE, Sez. I, sentenza 6 aprile 2006, in Causa C-410/04). Da ciò si è fatto altresì discendere che la “partecipazione, ancorché minoritaria, di un’impresa privata nel capitale di una società alla quale partecipa pure l’autorità pubblica concedente esclude in ogni caso che la detta autorità pubblica possa esercitare su una tale società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi” (Corte Giustizia C, Sez. III, sentenza 10 settembre 2009, Causa C-573/07).
Tornando la progetto di finanziaria regionale va ricordato che nella proposta di acquisizione di IRFIS da parte della Regione non vi è stata alcuna preclusione al mantenimento della licenza bancaria che ne costituiva un elemento qualificante di rilievo.
Tuttavia, acquisita la disponibilità di Unicredit a vagliare alcune ipotesi di partnership nel trasferimento della partecipaIone del gruppo, seppur per un limitato periodo, si e’ avviata laricerca di partner bancari e privati, dotati dei necessari requisiti di onorabilità e professionalità, per l’ingresso nel capitale di IRFIS. La ricerca, purtroppo, non ha portato alcun risultato positivo. Sicché il Gruppo proprietario di oltre il 70% del capitale ha ritenuto di prospettare l’operazione che avrebbe condotto al permanere delle attività finanziarie di IRFIS o, in alternativa, di procedere alla incorporazione dell’intermediario. Determinazione che avrebbe penalizzato pesantemente la Regione e fatto scomparire l’istituto.
In aggiunta, la cessione del ramo crediti a medio lungo termine al Gruppo Unicredit non ha comportato alcuna penalizzazione alle imprese siciliane trattandosi di impieghi a condizioni di mercato che lo stesso Gruppo continua a garantire e ad erogare sul territorio. La cessione dei mediocrediti agli intermediari dotati di reti bancarie diffuse nel territorio in grado di svolgere il monitoraggio continuo degli investimenti è un percorso evolutivo già avvenuto nel sistema bancario da alcuni anni (Mediocredito Centrale, Artigiancassa). L’offerta di credito complessiva in Sicilia da parte del sistema bancario ammonta a circa 57 md. di euro e si è ritenuto che l’IRFIS avrebbe potuto svolgere al meglio la propria missione impegnandosi maggiormente sulle misure volte al rafforzamento delle imprese e per metterle in grado di sostenere un maggior debito per gli investimenti e per le commesse produttive.
Il CdA di IRFIS nella seduta del 16 dicembre 2010, ha approvato il progetto di riorganizzazione dell’IRFIS che prevedeva la trasformazione della natura di IRFIS da banca a società finanziaria.
Ciò anche a seguito di una lettera d’intenti firmata da Unicredit Spa e Regione Sicilia.
In data 1° giugno 2011, è stata perfezionata la cessione da IRFIS a Unicredit del ramo d’azienda relativo al business dell’attività bancaria.
Nella stessa data, previa autorizzazione della Banca d’Italia, l’IRFIS si è trasformata in “società finanziaria specializzata in attività di credito agevolato ed erogazione di Fondi regionali”.
Di conseguenza è stata iscritta dalla Banca d’Italia nell’elenco generale ex art. 106 TUB e nell’elenco speciale ex art. 107 TUB.
In data 19 maggio 2011, è stato avviato l’iter per la riduzione del patrimonio netto (capitale sociale e riserve) per € 87.047.773 ritenuto esuberante rispetto al nuovo oggetto sociale e da attribuire ai soci in proporzione alle quote possedute.
Tale processo si è concluso recentemente,
La compagine sociale era così costituita.
Socio
Partecipazione Unicredit 76,26%
Regione Siciliana 21,00%
Altri azionisti 2,74%
Totale 100,00%
Gli altri azionisti hanno deciso di esercitare il diritto di recesso a seguito della conclusione del processo di trasformazione di IRFIS da banca a società finanziaria ex art. 107 TUB.
La nuova denominazione della società è stata così individuata in IRFIS Finanziaria per lo Sviluppo della Sicilia Spa.
La sopra richiamata lettera d’intenti faceva riferimento alla volontà della Regione Sicilia di dotarsi di una propria Finanziaria Regionale così come hanno fatto le altre Regioni d’Italia adottando come modello di governance il modello Finlombarda Spa, Società Finanziaria della Regione Lombardia posseduta al 100% dalla Regione Lombardia.
L’ultima compagine sociale mista era quindi costituita da Unicredit Spa e da Regione Sicilia.
Per potere quindi realizzare una propria Finanziaria Regionale, la Regione ha così manifestato la volontà di acquisire la parte del capitale sociale post riduzione deliberato dall’Assemblea Straordinaria degli azionisti del 19 maggio 2011 in quota Unicredit SpA.Le parti hanno così affidato ad un perito esterno il compito di effettuare la valutazione economica del patrimonio sociale dell’IRFIS post riduzione attraverso perizia giurata.
Per cui sulla base di tale indicazione le parti hanno perfezionato un accordo che prevedeva la fuoriuscita di Unicredit Spa dalla compagine sociale di IRFIS e l’acquisto da parte della Regione Siciliana della relativa quota di pertinenza, in guisa dada rendere quest’ultima unico azionista di IRFIS Finanziaria per lo sviluppo della Sicilia Spa.
Lo sforzo della Regione si è concentrato sulla riorganizzazione interna e sul potenziamento delle agevolazioni alle imprese al fine di disporre un veicolo finanziario agile e allo stesso tempo efficace per il settore produttivo siciliano come già altre Regioni hanno saputo realizzare.
Adesso l’IRFIS, configurata come partecipata regionale al 100% e dotata di un’organizzazione interna adeguata, è pronta a gestire ulteriori fondi ed agevolazioni in grado di creare benefici e sviluppo per le imprese, consentendo alla Regione di poter utilizzare uno strumento finanziaria di sostegno all’economia dopo le controverse vicende di SOFIS S.p.a. ed ESPI, la cui liquidazione si trascina da più di un decennio.
Il requisito prudenziale del patrimonio di vigilanza a cui deve sottostare l’Istituto consente di assolvere al meglio la copertura dei rischi dell’operatività finanziaria e di fornire una migliore copertura alla banche e ai terzi nell’assunzione dei rischi. Si pensi alle garanzie rilasciate e alla possibilità di emettere obbligazioni, prerogative che continuano a sussistere in capo ad IRFIS anche senza la licenza bancaria. Il regime di società finanziaria garantisce inoltre i migliori standard di compliance, trasparenza e di governance richiesti dalle autorità bancarie di vigilanza.
La dotazione finanziaria attuale consente già ad IRFIS nel triennio 2012-2014 senza interventi aggiuntivi l’autosostenibilità economica. Inoltre, la dotazione di fondi regionali esistenti in gestione ma in una certa misura obsoleti e inefficaci da alcuni anni, puo’ essere in parte e sin da subito utilizzata per la realizzazione di strumenti innovativi per le imprese come ad esempio le Tranched cover, le cartolarizzazioni sintetiche in grado, attraverso i confidi di attrarre liquidità e generare effetti leva su nuovi impieghi di circa 18-20 volte l’importo stanziato nel fondo gestito da IRFIS.
Ulteriori modalità di utilizzo di fondi già esistenti in gestione presso l’IRFIS, con opportuni e semplici interventi di legge, consentono senza sforzi di creare strumenti a garanzia diretta a prima richiesta che al pari delle Tranched cover rappresentano delle concrete opportunità per l’accesso al credito per le imprese .
Sarebbe riduttivo accontentarsi di questo. Come indicato, la macchina operativa di cui ora dispone la Regione incorpora già il modello funzionale più adatto ad operare nel particolare contesto economico regionale e a recepire tutti gli strumenti di finanza innovativa per le imprese. IRFIS è un progetto appena avviato ma che sta già camminando velocemente. In queste ore si stanno veicolando verso le misure agevolative gestite da IRFIS una parte delle risorse del fondo di 86 ml. di euro messo a disposizione dalla Cassa Depositi e Prestiti per consentire alle imprese un miglior accesso al credito bancario.
In concomitanza con la presentazione degli Osservatori regionali sul credito non si è omesso di evidenziare le patologie dell’offerta creditizia in Sicilia. Tali patologie, pur presenti nei tassi di interesse (solo in alcuni casi superiori a quelle di altre sorti del Paese), ma sopratutto sul piano delle garanzie.
I tassi di interesse applicati ai comparti di attivita’ economica in Sicilia continuano a mostrare una marcata differenza rispetto alle altre aree, soprattutto nel settore industriale (6,81%), che denota rispetto al dato nazionale, una divergenza pari a 2,23%, mentre l’edilizia fa rilevare un tasso superiore dello 0,64% e i servizi dell’1,15%. Questa analisi sui servizi bancari in Sicilia redatta dall’Osservatorio regionale sul credito evidenzia che l’imprenditoria sana e desiderosa di rischiare ha bisogno di misure di sostegno sul versante del ricorso al credito e l’assessorato all’Economia intende fare la sua parte con interventi mirati e con l’attivita’ di controllo e vigilanza, compito che svolge periodicamente proprio l’Osservatorio regionale sul credito.
Nella Regione i tassi applicati continuano a risultare superiori al dato medio nazionale (operazioni a revoca: Sicilia 7,52% – Italia 5,31% – operazioni a scadenza: Sicilia 3,73% – Italia 3,37%). I dati evidenziano che i tassi attivi per i finanziamenti applicati al settore dell’industria (6,81%) hanno registrato un aumento piu’ consistente rispetto alle altre aree del confronto.
Altro aspetto delicato riguarda l’incidenza delle garanzie richieste che e’ aumentata in tutte le aree geografiche confrontate; in Sicilia tale aumento ha determinato un rapporto del 47,36%, tra credito accordato e garanzie richieste. La consistenza delle garanzie e’ sempre troppo elevata, sia rispetto alle altre regioni che al dato medio nazionale (16,45). Il sistema bancario regionale usufruisce di un importante apporto dai confidi, che in finanziaria stiamo rafforzando.
IRFIS Finsicilia: da un lato concorrerà con gli strumenti normativi esistenti e con quelli che il Parlamento vorrà fornire a sostenere il sistema dei consorzi fidi siciliani, rafforzando la capacita delle imprese, potrà costituire il perno del sistema di finanziamento alle pmi in raccordo con CRIAS ed IRCAC e nella prospettiva dell’auspicata razionalizzazione di detto sistema. Dall’altro si atteggia come una forma moderna ed innovativa di incentivazione dell’economia che potrà peraltro utilizzare la Sgr che in questo momento e’ inserita nella procedura relativa al Gruppo Cape e nel contempo rafforzare le sinergie con Sviluppo Italia Sicilia s.p.a.
Va poi ricordato, al fine di concludere il pur sintetico percorso ricostruttivo delle vicende del passaggio da ente creditizio a società finanziaria di IRFIS s.p.a., che il 10 gennaio 2012 e’ stato sottoscritto a Palermo il contratto di cessione del pacchetto di maggioranza del 76,26% di Irfis, l’Istituto per il Mediocredito siciliano, da UniCredit in favore della Regione Siciliana, in esecuzione delle intese sulla riorganizzazione delle attivita’ e della compagine azionaria dell’istituto che ha svolto attivita’ di mediocredito, raggiunte con la lettera d’intenti sottoscritta il 26 ottobre 2010 tra il Banco di Sicilia, la Capogruppo UniCredit e la Regione Siciliana.
Divenuta ad intera partecipazione regionale il 30 gennaio 2011 l’assemblea sociale ha approvato il nuovo statuto ed eletto il consiglio di amministrazione interamente indicato dalla Regione.
Palermo, 1.2.2012