La Sicilia da prendere sul serio e la manovra del Governo.

di Gaetano Armao
Assessore regionale per l’economia

E’ noto che il Governo nazionale impedisca in attesa della chimera ‘piano per il sud’ – invero più un programma sulla velocità di impegno per il sud che altro – l’utilizzo dei fondi FAS gia’ assegnati alla Sicilia (a meno degli oboli, imposti dalla ragion partitica, ai Comuni di Catania e Palermo, senza alcuna logica di investimento). Addirittura, dopo aver sottratto già oltre il 16%, la manovra approvata ieri impone un ulteriore taglio del 10%. Tale riduzione ovviamente colpisce sopratutto la Sicilia che perde altri 350 mni di fondi dopo i quasi 800 mni già sottratti lo scorso anno, comprimendo la dotazione sino a 3,2 md di euro. E questo mentre si registra nel decennio la riduzione degli investimenti nel Sud, ormai ai minimi storici, ed una insopportabile considerazione del Mezzogiorno come un peso per il Paese.
Se poi si connettono i tagli ed il blocco sui fondi Fas alle riduzioni di trasferimenti agli enti locali dello Stato ed alle riduzioni di spesa imposte, per la Sicilia la disponibilità di risorse si riduce di circa tre miliardi.
La manovra governativa che punta a recuperare 47 miliardi pesa sulla Sicilia, ed in un momento in cui lo Stato impone il sostanziale blocco degli investimenti. Bloccare i fas vuol dire non solo impedirci di provvedere a sostenere la ripresa mediante anticipazioni di cassa, ma anche precludere ogni forma di cofinanziamento necessario all’utilizzo dei fondi europei.
La tendenza di forte contrazione degli investimenti statali in Sicilia e’ stata ieri additata anche dalla Corte dei conti nel giudizio di parificazione del rendiconto regionale 2010. Di analogo tenore la raccomandazione del Consiglio europeo del 7 giugno scorso di valutazione del programma nazionale di riforma. L’Unione europea, già critica nei confronti del c.d. ‘piano per il sud’, evidenzia il forte e costante divario nord-sud ed il gap che il sud deve recuperare, ma stigmatizza che “l’agenda delle riforme strutturali approntata dal Governo nazionale non appare sufficientemente ambiziosa per poter rafforzare significativamente il potenziale di crescita del Paese stimolare la creazione di posti di lavoro nei prossimi anni”.
In gergo comunitario: la bocciatura della politica italiana per il sud, già pronunciata nella sua ultima nota all’Italia dal Commissario UE Hahn.
Un esempio emblematico dell’azione paralizzante del Governo nazionale si rinviene nel blocco del credito d’imposta per gli investimenti in Sicilia, disciplinato dall’importante legge regionale n. 11/2009, previsto già il 23 maggio scorso, ed autorizzato dall’Unione Europea.
Si e’ così realizzata la sottrazione inopinata di risorse dei siciliani ed il pregiudizio per le imprese, precludendone così la crescita ed impedendo l’attrazione di investimenti e l’incrementato dell’occupazione.
Per rispondere alla descritta paralisi degli investimenti per la Sicilia il Governo regionale ha da tempo presentato all’Ars un emendamento che consente di finanziare il credito d’imposta con fondi regionali per 150 mni euro provenienti dall’attualizzazione delle royalties che, grazie all’accordo concluso in febbraio con Eni, possono finanziare gli investimenti generando crescita economica e dell’occupazione Adesso viene approvata al Senato (nel contesto della legge di conversione del d.l. sullo sviluppo, n. 70/2011), l’introduzione del credito d’imposta per il Mezzogiorno da finanziare con i fondi europei delle Regioni, soluzione sulla quale già Bruxelles ha manifestato la propria contrarietà (vedi nota della DG Regio del 31 maggio scorso) e che quindi, così com’e’, non potrà partire.
Così il Governo nazionale, con misure draconiane, da un lato, blocca il credito d’imposta regionale, come molte altre misure di investimento produttivo (si pensi alle Zone franche urbane), dall’altro, vara una misura che appare un ‘incentivo-manifesto’ (qualcosa per il sud…..mentre si taglia).
Si tratta di un raggiro in danno delle imprese siciliane che impone, a chi ne assume la responsabilita’, di dare risposte sulle ragioni dell’abbandono della Sicilia sulla spinta di una trazione leghista che vede un’Italia nella quale ‘il nord si salva da solo al sud si salvi chi può’.
Certo la Sicilia deve fare, con determinazione, la sua parte nel risanamento dei conti e l’eliminazione degli sprechi. Abbiamo cominciato col bilancio 2011, riportando la spesa indietro di 10 anni, riducendo le società partecipate da 34 a 14, abbattendo il deficit in Sanita’. Ma non basta.
Le considerazioni della Corte dei Conti di ieri impongono, ed in termini improrogabili, di procedere ad una drastica revisione della disciplina dell’impiego pubblico regionale, eliminando privilegi ormai non piu’ difendibili e disfunzioni organizzative che generano costi ormai insostenibili. Su questo occorre procedere con determinazione, nella convinzione che si tratta del percorso obbligato per conseguire l’obiettivo irrinunciabile del risanamento.
Ritengo tuttavia che per realizzare le riforme non bisogna smettere di credere che si possa recuperare quella coesione tra gli esponenti politici e di governo, soprattutto tra quelli piu’ attenti, che anteponga le risposte alle attese della Sicilia rispetto ad appartenenze che la umiliano.
17 luglio 2012