Ripensare l’Autonomia per il futuro della Sicilia

Qualche giorno fa Pietrangelo Buttafuoco di fronte allo sfacelo finanziario della Regione ne ha prospettato, e non a torto, il commissariamento. Anche se questo, almeno in forma virtuale, sembra già in atto: come definire altrimenti l’invocazione a Renzi (sinora inascoltata) di designare l’assessore all’economia?

Il sagace giornalista si spinge poi – e qui non ci siamo – sino a prospettare l’abbandono dell’autonomia speciale quale ricetta per salvarci, affidando tutto a Roma.

Nel frattempo però il Governo statale sembra aver risolto il crescente dramma economico del Sud ‘per rimozione’. Nessun cenno ne ha fatto Renzi nel programma presentato al Parlamento; soppresso pure il Ministero della

Coesione territoriale che garantiva l’unitarietà ad interventi europei e nazionali; su un faraonico (ma non e’ un riferimento al responsabile PD delle politiche sociali) programma da 54 md di euro per il Mezzogiorno 2014-20, l’ultima legge di stabilità stanzia per quest’anno 50 milioni (l’1%).

Ricette e soluzioni non pare vadano nella stessa direzione.

La Sicilia deve, al contrario, prendere in mano il proprio destino e trovare una via d’uscita ad una crisi che la riporta indietro di decenni (-17% PIL negli ultimi anni)

D’altra parte le disparità tra le diverse aree del Paese non sono più superabili con strumenti di natura congiunturale e l’enorme debito pubblico impedirà per lungo tempo qualsiasi ipotesi di riequilibrio del divario per eliminare il quale sarebbero necessari una straordinaria convinzione politica, assente tra i partiti, ed un imponente investimento di capitali che appare tuttavia irrealistico per i vincoli di finanza pubblica europei.

Dobbiamo rassegnarci al drammatico divario infrastrutturale, sociale ed economico o, al contrario, affrontarlo con l’autogoverno e lo sviluppo autocentrato, affrancandoci da limiti finanziari insostenibili?

È infatti saltato il ‘patto scellerato’ che ha costituito la politica economica ‘materiale’ per decenni: al nord si garantiva la crescita (anche) con la massiccia evasione fiscale – ed i dati dello scudo fiscale lo dimostrano -, al sud la gestione di clientele e del precariato, con effetti finanziari a carico delle future generazioni (crescita del debito pubblico). I vincoli dei Trattati europei hanno rotto quel modello e la crisi ha fatto il resto.
Continuare a replicare, ma senza soldi, un modello incentrato sulla generazione di lavoro ed imprese clientelari – magari con l’etichetta ‘legalità e sviluppo’ – e’ follia e le cronache lo dimostrano. E’ come se la Motorola pensasse di essere competitiva nel tempo dei palmari alleggerendo o colorando il vecchio ‘micro tac’.

Perdiamo decine di migliaia di posti di lavoro e mentre i giovani più capaci lasciano la nostra terra per trovare un futuro altrove, troppi tra i loro coetanei restano stritolati nella tenaglia della disperazione che li esclude contemporaneamente dal lavoro e dalla formazione. Le imprese sane sono costrette a chiudere schiacciate dall’impossibilità di competere e strette dalla concorrenza sleale dell’impresa criminale, da un costo del denaro più oneroso che nel resto del Paese, dall’impostazione coloniale delle grandi imprese – che continuano a non pagare le tasse in Sicilia – e da infrastrutture inadeguate. Mentre il risparmio dei siciliani alimenta altri mercati ed i ritardi dei pagamenti delle amministrazioni portano al collasso la debole economia isolana.

Di fronte al fallimento di quel ‘piano industriale’, e pur avendone presenti gli strascichi, occorre ripensare un nuovo modello di sviluppo. Altrimenti non ne usciamo.

La Sicilia non ha bisogno di elemosine, ma può crescere puntando sulle sue energie. Si tratta di rimetterne insieme le imponenti risorse umane, culturali e produttive, per rimuovere le zavorre determinate da un insensato centralismo e da un’interpretazione riduttiva dell’Autonomia, perpetrata da gruppi dirigenti sia nazionali, che l’hanno sempre considerata inutile orpello, che locali che l’hanno troppo spesso tradita utilizzandone solo i privilegi e saccheggiandone le risorse.

Dobbiamo raccogliere la responsabilità di utilizzare al meglio le opportunità che lo Statuto, ottenuto dopo quasi due secoli di battaglie, attribuisce costituzionalmente. Ma occorre, prima di tutto, assumere la consapevolezza che esso non è una concessione di autonomia per una regione, è molto di più: rappresenta uno straordinario strumento che consente di attivare in Sicilia l’autogoverno con competenze, risorse e responsabilità.

Va da sé che i tentativi più o meno striscianti di abrogarlo, di disapplicarlo o di offrirne un’interpretazione riduttiva in termini unilaterali infrangono le ragioni di convergenza nazionale e legittimano la prospettazione di forme di autodeterminazione del popolo siciliano, che adesso anche altre regioni reclamano.

Ci troviamo di fronte ad una condizione di progressivo degrado che non è più possibile affrontare con soluzioni ordinarie ed uso della specialità a ‘scartamento ridotto’.

Gli impegni assunti dallo Stato con la Sicilia sono stati disattesi quando non coincidenti con gli interessi del grande capitale o degli scambi politico-clientelari funzionali agli assetti nazionali; di ieri e di oggi.
Bisogna porre, ed in termini ultimativi, la questione allo Stato. Se l’Italia non è in grado, come non è, di assicurare la progressiva riduzione del divario attraverso il riconoscimento della fiscalità di vantaggio, del diritto della Sicilia ad incassare l’ingente gettito delle accise sui carburanti e delle prerogative fiscali, mediante un piano di effettiva perequazione infrastrutturale, nonché attraverso la piena ed evolutiva attuazione dello Statuto occorre prenderne atto ed avviare il percorso di autodeterminazione della Sicilia.

L’azzeramento degli investimenti statali nel Meridione ha peraltro distrutto il mercato interno e questo lo pagano per prime le imprese del Nord. Mentre, come dimostra lo studio Srm-Prometeia esiste una forte interdipendenza produttiva tra Mezzogiorno e Nord d’Italia: il primo, infatti, “importa” risorse per il 30,3% del suo fabbisogno dal Centro-Nord; che a sua volta ne importa per il 25,1% dal Mezzogiorno. Mentre per ogni 100 euro di investimenti effettuati nel Mezzogiorno si verifica un “effetto dispersione” a beneficio del Centro Nord pari a 40,9 euro (al contrario, l’effetto produce solo 4,7 euro di beneficio per il Sud).

Ciò dovrebbe imporre di concentrarsi sulla necessità di uno sviluppo economico complessivo del “sistema Paese”, ma il Governo Renzi non ha ancora colto l’urgenza di questi argomenti per scongiurare la disgregazione dell’Italia.

È vero. Sono troppi i casi nei quali l’attuazione della specialità ha spesso funzionato come ostacolo allo sviluppo, impedendo alle istituzioni regionali di porsi in sintonia con le innovazioni regolative ed amministrative più significative, quando non si e’ limitata a ritardarne l’applicazione (sino all’isolamento) e, dall’altro, ha garantito la diffusione ed il mantenimento di privilegi comunque abbandonati nel resto del Paese.

Un po’ come la grande muraglia per la Cina, l’autonomia regionale, o meglio la distorta interpretazione offertane da alcuni ceti politici e delle loro clientele, più che strumento di difesa degli interessi dei siciliani e’ divenuta causa dell’isolamento.

Ma è anche vero che le spinte contrarie all’attuazione dell’autonomia, sopratutto sul piano finanziario, hanno prevalso rendendo così lo statuto incapace di dar corpo alle prerogative dell’autogoverno che ha (solo formalmente) attribuito ai siciliani. Ha remato contro anche la criminalità che ha sfruttato, traendone profitti illeciti, il peso del sottosviluppo ed il bisogno di lavoro, per schiacciare le speranze dei siciliani onesti.

Ma il necessario superamento dell’attuale fase di smarrimento delle prerogative autonomistiche (‘col cappello in mano’ per usare un’antica similitudine), compresse da crescenti misure di austerità, non può passare per la soppressione della specialità.

Dalla crisi si esce soltanto ripensando e rilanciando l’Autonomia in modo responsabile e determinato, con “i conti e le carte in regola” e nuovi gruppi dirigenti regionali, e non certo rinunciandovi.

La situazione che la Sicilia deve affrontare impone senso di responsabilità, passione politica, visione, competenza e forti capacità tecniche per poter esigere interventi di perequazione e di fiscalità compensativa, investimenti infrastrutturali e tutela dell’insularità. Strumenti che possono dare un senso alla coesione nazionale e senza i quali essa perde ogni ragion d’essere.

Non si tratta di teorizzare un neo-separatismo ispirato a tempi, contesti e modelli sociali che non esistono più. Si tratta, invece, di prendere atto di una situazione economica e sociale che non può invertire la rotta senza strumenti straordinari che sono compatibili soltanto con forme ampie di autodeterminazione all’interno di un’Europa unita che rappresenti sempre più le Regioni ed i territori.

Di fronte al fallimento dell’Europa degli Stati e delle politiche di austerità che hanno provocato l’accentuarsi della crisi economica, aumentando diseguaglianze, disoccupazione e povertà, occorre puntare all’Europa delle Regioni, dei cittadini, dei territori; ed in questo senso vanno i forti segnali che provengono da Scozia e Catalogna.

I profondi mutamenti degli scenari istituzionali ed economici del Mediterraneo, le opportunità ed i vincoli scaturenti dal rafforzamento dell’integrazione europea, l’aggravarsi della condizione di divario economico-sociale rispetto al nord del Paese e del Continente, impongono una concezione moderna e rinnovata dell’Autonomia, che punti, con responsabilità e competenza, alla modernizzazione delle istituzioni regionali, all’autonomia fiscale per attrarre investimenti produttivi esterni all’area.

Per questo occorre mettere insieme siciliani dei più diversi orientamenti politici ed ideali, con il solo obiettivo di ridare alla nostra terra la possibilità di accrescere livelli economici e sociali, facendo appello a tutte le energie, le passioni, le culture affinché sappiano rispondere, con orgoglio, alla sfida del rilancio dell’autonomia, che se rimane ancora senza risposte da Roma non potrà che rafforzare le spinte all’autodeterminazione.

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