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SE L’INEFFICIENZA CONDUCE ALL’OBLIO DELL’AUTONOMIA FINANZIARIA DELLA SICILIA

di Gaetano Armao
Dipartimento di Scienze politiche e delle relazioni internazionali – Università di Palermo

Una recente delibera del Governo Crocetta (286/2015), mira alla revisione dei rapporti finanziari con lo Stato richiedendo 1,4 md per la definizione del bilancio 2016 e prospettando una modifica delle norme finanziarie dello Statuto. Di quelle norme che se attuate, consentirebbero alla Sicilia la piena autonomia finanziaria. Ma il disegno di legge di stabilità all’esame delle Camere prevede un intervento finanziario per la Regione siciliana di 900 mn€ e quindi insufficiente anche a recuperare l’equilibrio di bilancio.
Appare chiaro che Governo statale e regionale, mentre trattano sulla sopravvivenza finanziaria della Regione, intendono consegnare la Sicilia alla dipendenza, riducendola ad una Regione ordinaria.
Ai tanti esponenti della politica regionale che propendono per una riduzione della potestà finanziaria e tributaria della Regione occorre ricordare il pensiero di Luigi Sturzo che nel 1949 affermava “senza autonomia finanziaria la regione, anche dotata di larga potestà legislativa, sarebbe un ente ….. ridotto pari a qualsiasi altro ente che dipenda dallo stato” (La regione nella nazione, adesso in Opera omnia, Zanichelli, Bologna, 1974, 37)
C’è certamente nel Governo regionale e nei suoi sostenitori una dose di incapacità: come per i gravi errori sulle previsioni di entrata, contestati dalla Corte dei conti, l’acquiescenza al dimezzamento della compartecipazione ai finanziamenti europei o l’omessa impugnazione di scelte dello Stato che hanno sottratto ingenti risorse (come per lo spostamento a Latina del centro di elaborazione delle buste paga dei dipendente statali che lavorano nell’Isola, generando una perdita di 600 mn€).
Ma anche il cinismo di chi vende il domani per la sopravvivenza di oggi: come con l’accordo per la rinuncia a contenziosi per oltre cinque miliardi derivanti da contenziosi costituzionali vittoriosi in cambio di spazi finanziari per 500 min€, l’accettazione di un patto di stabilità insostenibile per la Sicilia (1,3 md€ per il 2015) colmato utilizzando i fondi per investimenti.
E’ quindi necessario far chiarezza.
Ho personalmente condotto dapprima con il Ministro Calderoli, poi con il Governo Monti il negoziato sul federalismo fiscale e la revisione delle norme finanziarie per la Sicilia. Una volta raggiunto il risanamento della Sanità (ma che Roma ci fa ancora pagare 600mn€) ed avviato il piano per la revisione della spesa nell’estate del 2012 si profilava un accordo vantaggioso per la Regione, che comprendeva anche l’assegnazione parziale delle accise sui prodotti energetici, pronto per essere approvato dalla Commissione paritetica.
Insediatosi il governo autodefinitori ‘rivoluzionario’ di Crocetta (centro-sinistra senza maggioranza parlamentare), dapprima con il supporto dei grillini e poi di frange di “migranti della politica” e di esponenti dell’imprenditoria, in alcuni casi inquisiti per mafia, è stata smantellata ogni intesa raggiunta ed avviata un’assurda dissoluzione dell’autonomia finanziaria che ha condotto – com’era inevitabile che fosse – a colpire milioni di siciliani, enti locali, imprese, famiglie, anziani, giovani.
Azzerati gli investimenti infrastrutturali e per la cultura, eliminate le previsioni di fiscalità di sviluppo e le borse di studio, ridotto il sostegno ai deboli, la Sicilia non poteva che divenire la Regione più povera, con la più alta disoccupazione, desertificazione imprenditoriale, emigrazione di cervelli.
Il risultato di questi tre anni di malamministrazione che hanno distrutto la credibilità anche economica della Regione è stata la perdita di quasi 10 miliardi di risorse finanziare e quello che il Governo statale ha perseguito con l’invio di propri emissari per le gestione delle casse regionali e la considerazione caricaturale di Crocetta – purtroppo assai prossima alla realtà: l’irrilevanza della specialità (non è un caso che il livello di entrate pro-capite è ormai paragonabile a quello delle Regioni ordinarie, e corrisponde alla metà di quelle del Friuli, altra Regione differenziata).
Ai siciliani, così non converrebbe essere autonomi, meglio dipendere dai trasferimenti statali decisi annualmente, salvo a scoprire che fantomatici “masterplan” ed interventi finanziari restituiscono alla Sicilia di gran lunga meno di quello che le spetta sulla base delle norme finanziare dello Statuto.
Un percorso sostanzialmente opposto non solo riguardo alla storia della Sicilia, ma anche rispetto a quello che sta avvenendo in Europa, nel Regno Unito, in Spagna e persino in Francia, dove i territori reclamano ed attengono livelli crescenti di autodeterminazione. L’esempio di Scozia, Catalogna e Corsica è emblematico e non è un caso che ispirino le loro rivendicazioni proprio alla nostre prerogative statutarie.
Adesso, il Governo romano, che da un anno è privo del Ministro delle Regioni, mette nel paniere una pletora di questioni denominandole impropriamente “salva-sicilia”: la sedicente stabilizzazione del precariato (per il tramite di una sorta di società pubblica con 22mila dipendenti, ma censurata dal Parlamento), qualche restituzione finanziaria (insufficiente a riequilibrare il bilancio) e la “revisione” delle norme dello Statuto volta ad eliminare l’autonomia finanziaria.
Appare quindi inaccettabile che la restituzione di risorse economiche surrettiziamente sottratte alla Sicilia possa essere scambiata con la pur necessaria risoluzione del problema del precariato che la peggiore politica ha creato né – tanto meno – con l’azzeramento dell’autonomia finanziaria.
Dopo il danno di aver trasformato la Sicilia in un pantano di inefficienza, incapacità di riforme, la beffa dell’eliminazione dell’autonomia finanziaria per il “bene”dei siciliani è un po’ troppo
E debbono tornare in mente le parole di Giuseppe Alessi, primo presidente della Regione, che in una delle ultime riflessioni sull’autonomia e sul suo progressivo svilimento affermava: “pensoo comunque che se venisse pregiudicata in profondità la gente reagirebbe, vedo comunque nella società siciliana una notevole vitalità e questo mi incoraggia” (intervista di F. Pietrancosta, in Diacronie-Studi di Storia Contemporanea,http://www.studistorici.com/wp-content/uploads/2010/07/PACI-PIETRANCOSTA_diacono_dossier_3.pdf).

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